La nuova traduzione de “La Compagnia dell’Anello”, o del perché c’è molto da imparare da alcuni personaggi di Tolkien (quarta parte)

 

Prima che qualcuno me lo chieda: no, non torno a scrivere articoli. Tuttavia, so di aver lasciato varie cose in sospeso – e una, in particolare, è tornata a ronzarmi in testa da diverse settimane. All’inizio di quest’anno, infatti, scrivevo proprio qui sul blog:

[…] mi trovo in una situazione in cui sento che parlare il prima possibile è la cosa giusta, per amore verso l’opera tolkieniana e per rispetto nei confronti di chi, come me, vorrebbe semplicemente leggere “Il Signore degli Anelli” in pace […] .

Sento di aver tradito questo presupposto, sia pure per ragioni che non sono dipese solo da me, perciò voglio rimediare. Sono passati mesi, eppure il mio articolo sulla nuova traduzione de “La Compagnia dell’Anello” è rimasto incompleto. Adesso non più: oggi sono qui per proporvi la quarta e ultima parte.

La spinta a riprendere in mano quest’articolo si deve principalmente al lavoro dei “Figli di Fëanor”, un gruppo di appassionati di Tolkien – alcuni dei quali hanno esperienza nel campo della traduzione – che gestiscono un blog. Esso è interamente dedicato al commento e all’analisi del lavoro di Ottavio Fatica su “Il Signore degli Anelli”. Inutile dire che vi consiglio di darci un’occhiata: io non sono sempre d’accordo coi Figli di Fëanor, ma in generale trovo che stiano facendo uno sforzo davvero ammirevole, dando voce a molte perplessità più che legittime sulla nuova traduzione. C’è da dire, inoltre, che da poco si è concluso un convegno all’Università di Trento, organizzato dall’AIST e già annunciato lo scorso dieci novembre sulla pagina Facebook dell’associazione. Il convegno è stato dedicato proprio alla traduzione di Tolkien e ha potuto contare sulla presenza dello stesso Fatica.

Non sono riuscita a partecipare all’evento, ma mi aspetto di venire a conoscenza, almeno in parte, del contenuto dell’intervento fatto dal traduttore. Nel frattempo, ecco a voi il frutto dei miei ultimi giorni di lavorazione.

Come al solito, raccomando la lettura delle tre parti precedenti. Sono fondamentali per una comprensione a trecentosessanta gradi della mia analisi, perciò mi permetto di consigliare anche a chi le ha già lette di darci un’occhiata. Non preoccupatevi di leggere e commentare subito quest’ultima parte: prendetevi tutto il tempo necessario – giorni, se volete – per rinfrescarvi la memoria sulle varie puntualizzazioni che avevo fatto. Chiunque di voi abbia assistito alla recente conferenza di Fatica, ovviamente, può segnalare eventuali miei errori, oppure dare delle risposte ai dubbi rimasti in sospeso, qualora il traduttore le avesse fornite.

Ne approfitto anche per informarvi – ma sono sicura che la maggior parte di voi lo sappia già – che il volume unico de “Il Signore degli Anelli” con la nuova traduzione è ormai uscito. Pare che siano state apportate delle modifiche e delle correzioni rispetto all’edizione in tre volumi, però non le commenterò. Coerente con me stessa e con i miei princìpi, non ho più comprato nulla dopo “La Compagnia dell’Anello”. La mia analisi è sempre stata limitata alla prima parte dell’opera e non si spingerà oltre, poiché come traduttore tolkieniano – lo dico senza mezzi termini e senza alcuna intenzione di offendere – per me Ottavio Fatica non si è rivelato all’altezza della sfida. Purtroppo i pregi della sua versione sono fin troppo facilmente oscurati dai difetti. Ciò non significa che il lavoro che ha svolto non possa essere apprezzato, ma mi è impossibile negare che mi aspettavo molto di più e ho quindi provato una certa delusione. Ecco perché sento di non avere motivo di dare una seconda possibilità, acquistando “Le Due Torri” o “Il Ritorno del Re”. Non metto in dubbio le competenze di Fatica, però talvolta essere un professionista del campo non basta. Spero che, dopo aver letto per intero la mia trattazione, sia chiaro come sono giunta a questa conclusione.

 

  • Alcune problematicità

L’ultima volta mi sono dedicata alla questione spinosissima della nomenclatura. Oggi vorrei mettere in evidenza alcune criticità che ho riscontrato nel testo di Fatica, e completare il quadro con delle riflessioni generali. Vi avviso che non commenterò nessuna scelta traduttiva della vecchia versione, poiché la cosa più importante qui è il confronto tra Fatica e Tolkien.

Qualsiasi persona di buonsenso sa che nessuna traduzione è immune da errori o sviste. Tuttavia, un buon lavoro di editing dovrebbe ridurre al minimo il rischio. Da questo punto di vista, Fatica era in una botte di ferro, almeno in teoria, poiché il suo lavoro doveva essere supervisionato dall’AIST, come ben sappiamo. Ciononostante, ho trovato delle cose che mi hanno lasciata molto perplessa; le elencherò qui di seguito. 

“Undicentesimo” come traduzione di “eleventy-first”. Questa scelta di traduzione è stata molto discussa. Se n’è parlato anche durante il “Tolkien-Lab” di Modena organizzato dall’AIST (trovate un commento sul blog dei Figli di Fëanor, con tanto di link all’articolo del resoconto fatto dall’associazione). In sostanza, l’AIST appoggia la decisione di Fatica perché, anche se “undecentesimus” in latino significa “novantanovesimo”, il termine scelto dal traduttore non è uguale a quello latino, solo simile. Onestamente, questa spiegazione mi sa un po’ di arrampicata sugli specchi, soprattutto alla luce del fatto che Fatica, per intendere “annegato”, si serve del termine “affocato” (che in italiano significa tutt’altra cosa), rifacendosi probabilmente a quella che si ipotizza essere la forma in latino volgare del verbo “affogare”. Quindi come funziona? In quel caso può valere il riferimento al latino (volgare, ma pur sempre latino), invece nel caso di “undicentesimo” non vale? Solo perché al posto della e troviamo la i? Non sarebbe la prima volta che un termine latino ha la lettera e, mentre il corrispettivo in italiano ha la i; per esempio, “dicembre” in latino è “december”. E d’altra parte, Tolkien utilizza un termine, “eleventy-first”, che sarà anche inesistente, ma è coerente con la struttura della sua lingua, in cui “-ty” è il suffisso che indica la decina. Sembra, inoltre, che l’inglese conservi tracce di un sistema di numerazione su base duodecimale, cosa che spiegherebbe perché i numeri “eleven” e “twelve” non terminino in “-teen”, come succede per quelli che vanno da “thirteen” a “nineteen”. Il suffisso “-ty” deriva dall’inglese antico “-tig”; sempre in inglese antico, “hund teating” significa “cento” e “hund endleofantig” significa “centodieci”. L’“Online Etymology Dictionary” segnala “eleventy” e “twelfty” come forme ricostruite per “centodieci” e “centoventi”: potrebbero essere state usate e poi scomparse. Tolkien non ha scelto una parola a caso, si è basato sulle radici della sua lingua. Al di là di qualsiasi associazione possibile con il latino, Fatica sembra limitarsi a fare un calco dell’inglese. Per quale ragione “undicentesimo” dovrebbe significare “centoundicesimo” per la lingua e la cultura italiana? Semplicemente perché fonde insieme “undici” e “cento”? Fra l’altro, il traduttore poteva almeno inserire una nota esplicativa a piè pagina, per chiarire di aver usato “undicentesimo” come traduzione di “eleventy-first”. Invece niente, ci troviamo di fronte a questo termine strano, inesistente nella nostra lingua, e finisce lì.

“Prepubere” come traduzione di “tween”. Nel primissimo capitolo de “Il Signore degli Anelli”, scopriamo che gli Hobbit diventano maggiorenni a trentatré anni e che il termine “tweens” indica gli anni che precedono la maggiore età. Qui ancora una volta, ci torna utilissimo l’“Online Etymology Dictionary”; alla voce “tween”, ecco un estratto che fa proprio al caso nostro:

c. 1300 as an abbreviation of between. As a noun meaning “child nearing puberty” (approximately ages 9 to 12), attested by 1988, in this case by influence of teen. Tolkien uses it in “Lord of the Rings” for “the irresponsible twenties between [Hobbit] childhood and coming of age at thirty-three.”

Fatica si basa sul significato di “child nearing puberty”, “bambino prossimo alla pubertà”… e credo proprio che si sia sbagliato. Non mi sembra che Tolkien intenda questo, poiché utilizza il termine per riferirsi al periodo compreso tra l’infanzia e l’età adulta – quello che comunemente chiamiamo “adolescenza”, per intenderci. Essere prepuberi vuol dire trovarsi nella prepubertà, che com’è ovvio precede la pubertà. Tutt’al più si può dire che chi è prepubere si affaccia alla soglia dell’adolescenza, ma non si può considerare il termine un equivalente di “adolescente”. Il concetto di “adolescenza”, peraltro, è ampio e include in sé anche quello più strettamente fisiologico di “pubertà”.

Il perché Tolkien utilizzi il termine “tween” non mi è chiaro: forse è un gioco di parole tra “teen”, “adolescente” e “twenty”, “venti”, dato che questo periodo copre ben vent’anni. Forse, poiché si tratta di un momento di passaggio, il Professore ha preso spunto dal fatto che nel Medioevo “tween” era usato come abbreviazione di “between” (“tra”). Ad ogni modo, la traduzione di Fatica risulta fuorviante. Uno Hobbit di ventinove anni, come Pipino, a cui manca poco per essere considerato legalmente adulto, non può essere un prepubere: sarebbe un controsenso, poiché si suppone che si sia già sviluppato per quanto riguarda l’altezza, la massa muscolare e tutto il resto. Sinceramente mi domando come l’AIST non si sia accorta di uno scivolone del genere…

Traduzioni “deboli”. Un’altra cosa che ho notato della versione di Fatica è che, qualche volta, ci sono espressioni tradotte in maniera tale che il significato originale risulta smussato, “alleggerito”. Ad esempio, nel capitolo primo del Libro Primo, quando Bilbo scompare durante la festa, ci viene detto che Frodo “a un tratto si era reso conto di voler molto bene al vecchio hobbit”°°. Vediamo la frase originale:

[…] he realized suddenly that he loved the old hobbit dearly.

Wagon-wide22Ora, mentre in italiano il verbo “amare” si usa solitamente quando ci si riferisce al proprio partner, mentre con le altre persone care si tende a prediligere l’espressione “voler bene”, in inglese non è così: si può benissimo usare il verbo “to love” quando ci si rivolge a un famigliare. Ha senso che Fatica abbia preferito “voler bene” ad “amare”, tuttavia la presenza dell’avverbio “dearly” – che significa “moltissimo”, “con tutto il cuore” – fa risultare la traduzione italiana meno intensa. Il dizionario Garzanti traduce “love dearly” addirittura con “amare teneramente”; non dico che Fatica dovesse fare lo stesso, ma avrebbe potuto optare per un diverso tipo di scelta, ad esempio “a un tratto si era reso conto di quanto amasse il vecchio hobbit”. Tolkien, in una delle sue lettere (per la precisione, la numero 246 della raccolta “Lettere 1914/1973”), dice che “Bilbo was the person that Frodo most loved”, perciò sarebbe stato meglio ricorrere al verbo “amare”, a mio avviso – proprio perché per noi italiani/e, con la nostra abitudine di dire “ti voglio bene”, tale verbo sembra avere un’accezione più “forte” rispetto all’inglese, e avrebbe potuto far emergere maggiormente lo speciale rapporto tra Bilbo e Frodo.

Vediamo adesso un altro esempio, che si trova nel secondo capitolo del Libro Primo. Riguarda sempre Frodo e, nello specifico, la sua reazione quando si rivela incapace di gettare l’Anello nel fuoco del suo caminetto:

Ma si rese conto che adesso non ci riusciva, non senza mettercisi d’impegno.°°

La versione originale:

But he found now that he could not do so, not without a great struggle.

“Mettercisi d’impegno” è una resa un po’ troppo blanda per “great struggle”. Per quanto il termine “impegno” possa significare “cura attenta e diligente, impiego di tutta la propria buona volontà e delle proprie forze nel fare qualche cosa”, non contiene il concetto di “lotta”, insito invece nell’inglese “struggle”, tant’è vero che in italiano esiste anche l’espressione “lottare con impegno”. Frodo non si sta semplicemente sforzando, sta combattendo contro quella parte di sé stesso che è già influenzata dall’Anello. La traduzione sminuisce la grande difficoltà che il personaggio attraversa in quel momento.

Regionalismi, tecnicismi e stranezze varie. Già nelle parti precedenti dell’articolo, avevo manifestato le mie perplessità per la decisione di Fatica di tradurre “entertainment” e “row”, termini normalissimi in inglese, con “goduria” e “vico”, che in italiano sono regionalismi. Queste non sono eccezioni. Vi propongo altri esempi: nel terzo capitolo del Libro Primo, un semplice “touched” viene tradotto con “pittati”, termine dialettale tipico dell’Italia meridionale; due capitoli più in là, abbiamo “floor” – che, per chiunque inizi presto a studiare l’inglese, s’impara alle scuole elementari – reso con “piancito”, un regionalismo di cui personalmente ignoravo del tutto l’esistenza. Ancora, nel secondo capitolo del Libro Secondo, troviamo il verbo “to issue from”, formale e prevalentemente letterario, tradotto con “sortire”, che nel significato di “uscire” è un regionalismo.

Ho riscontrato, inoltre, un paio di traduzioni che mi sembrano tecnicismi inutili. Ecco gli esempi, che si trovano rispettivamente nel secondo capitolo del Libro Primo e in quello del Libro Secondo: “precipitazioni”, termine meteorologico, laddove in originale c’è “rain” (perché non un semplice “piogge”?); “matricina”, parola che non conoscevo affatto e ha un significato specifico, laddove in originale c’è “sapling”, che vuol dire semplicemente “alberello, giovane albero”.

Non è finita qui, però. Nel Libro Secondo, Fatica traduce “hungry”, laddove ha il significato di “avido, bramoso”, con “allupato” (primo capitolo) e il verbo “to finger”, ovvero “tastare, toccare”, con “palpeggiare” (secondo capitolo). Sia “allupato” che “palpeggiare”, nella percezione comune, hanno implicazioni di tipo sessuale – ma nei contesti originali il sesso non c’entra nulla. Infatti, nel primo caso abbiamo Frodo turbato dal modo in cui gli appare Bilbo, appena vede l’Anello al suo collo; nel secondo c’è Boromir che sta tastando il corno che porta con sé. Un momento drammatico viene quindi caricato di allusioni sessuali inesistenti, mentre a un’azione semplice viene aggiunto un tocco di malizia del tutto inutile, che a mio parere rischia di far cadere il testo nel ridicolo. Se Fatica non ci ha fatto caso, poteva farci caso l’AIST, no? Niente. 

Il problema dei toni. Questo è il pezzo più soggettivo di tutto l’elenco, ma ho pensato comunque di includerlo, per una questione di completezza. Se non v’interessa, potete saltarlo. Dunque, in più di un’occasione mi è parso che Fatica alterasse il tono dei personaggi o della narrazione. Ad esempio, nel primo capitolo del Libro Primo, Gandalf si rivolge così ai bambini hobbit, radunatisi quando hanno visto arrivare il suo carro di fuochi d’artificio:

“Ora filate! […] Ne avrete a profusione quando verrà il momento.” °°

Sorvolando sul fatto che “filare”, se inteso come “andarsene di filato”, è linguaggio colloquiale, mentre “a profusione” no, quindi avverto un leggero stridore, dire a qualcuno di “filare” o “filare via” implica spesso un sentimento di fastidio misto a impazienza, se non addirittura di rabbia. Non per niente, gli esempi riportati sui dizionari che ho consultato sono questi: “fila!, [cioè] vattene!” (Treccani), “fila, se non vuoi buscare” (Treccani), “adesso basta, fila!” (Garzanti), “fila via!, [cioè] vattene via” (Grande Dizionario Hoepli Italiano), “se non fili subito, le prendi” (Grande Dizionario Hoepli Italiano). Insomma, è come se Gandalf fosse seccato o arrabbiato coi bambini, una cosa che personalmente non ho avvertito nella versione originale:

‘Run away now! […] You will get plenty when the time comes.’

Sbaglierò io, ma penso che una soluzione come “ora andate” sarebbe stata più appropriata al contesto.

Una cosa simile si verifica alla fine del secondo capitolo, sempre nel Libro Primo, quando Sam viene scoperto da Gandalf a origliare sotto la finestra. In quell’occasione, Frodo gli si rivolge in questo modo

[Gandalf] Sa bene quanto me che non hai cattive intenzioni. Ma adesso vedi di rispondere alle sue domande senza tante storie!” °°

A leggerla così, direi che Frodo è seccato con Sam, per via dell’espressione “senza tante storie”, che è più o meno sulla stessa lunghezza del termine “filate” nel primo capitolo, poiché “storie” qui ha il significato di “tergiversazioni, lamentele”. Vi riporto nuovamente gli esempi dei vocabolari: “mangia la minestra senza (fare) tante storie!” (Treccani), “non fare storie e fai come ti dico” (Garzanti), “andiamo, non fare storie!” (Grande Dizionario Hoepli Italiano). Eppure mi sembra difficile che Frodo sia seccato, visto che Tolkien c’informa che è “hardly able to keep from laughed”, ovvero “a malapena capace di trattenersi dal ridere”. Come al solito, vi do l’opportunità di leggere le frasi in originale, poi giudicate voi:

‘He knows, as well as I do, that you mean no arm. But just you up and answer his questions straight away!’

Io non conosco abbastanza l’inglese per recepire certe sfumature, quindi metto le mani avanti, magari sto fraintendendo. Tuttavia, considerando appunto che Frodo si stava trattenendo dal ridere, direi che il passaggio originale mi comunica un po’ di impazienza, ma non fastidio o irritazione – al contrario della traduzione di Fatica.

Sempre nello stesso capitolo, ho riscontrato altri due esempi, seppur di natura diversa. Uno è la traduzione di “fabled” con “favolose”, in riferimento alle Crepe del Fato:

[Frodo] Pensava alle favolose Crepe del Fato e al terrore della Montagna Fiammea.°°

La versione originale:

He was thinking of the fabled Cracks of Doom and the terror of the Fiery Mountain.

Da un punto di vista strettamente letterale, la scelta di Fatica è corretta. In italiano, tuttavia, il termine “favoloso” risulta più assimilabile a “fabulous” che a “fabled”; se “fabled” significa “fiabesco, immaginario, leggendario” (del resto, “fable” in inglese vuol dire “favola”), “fabulous” può significare anche “meraviglioso, bellissimo”. Allo stesso modo, l’italiano “favoloso” copre questa seconda accezione – tant’è che, se ad esempio una persona dice “quel film è favoloso”, è più probabile che si riferisca a quanto ha trovato bello il suddetto film, non a una sua dimensione fiabesca. Il risultato della scelta di Fatica, a mio parere, non è molto efficace, poiché quel “favolose” – che, per l’appunto, potrebbe essere scambiato per “bellissime” – cozza un po’ con il resto della frase, dove troviamo il termine “terrore”, che dà tutta un’altra sensazione. Credo che sarebbe stato meglio tradurre “fabled” con “leggendarie”, per mantenere una certa solennità nell’intera frase.

L’altro esempio è il seguente:

[…]Non posso tenere l’Anello e restar qui. Dovrei lasciare Casa Baggins, lasciare la Contea, lasciare tutto e andarmene,” sospirò [Frodo].

“Mi piacerebbe salvaguardare la Contea, potendo… anche se a volte ho trovato gli abitanti indicibilmente stupidi e ottusi, e ho pensato che un terremoto o un’invasione di draghi gli farebbe bene. Adesso però non la penso più così. Adesso penso che finché a sostenermi ci sarà la Contea, sicura e serena, troverò più sopportabili i vagabondaggi […].” °°

Mount_doomHo riportato una buona parte del passaggio per far capire che Frodo sta parlando con il cuore in mano. Ecco, non mi spiego perché, in un discorso del genere, Fatica usi il verbo “salvaguardare” anziché un più semplice “salvare”. In inglese abbiamo il verbo “to save” (“I should like to save the Shire”, dice Frodo), la cui traduzione più immediata è proprio “salvare”. Perdonatemi la battutaccia, ma a me “salvaguardare” fa pensare ai Forestali. “Salvare” sarebbe suonato più spontaneo e diretto, invece così percepisco una sorta di raffreddamento nell’esternazione che Frodo, alla luce della prospettiva dell’esilio, fa dei propri desideri e sentimenti. Sarà solo un problema mio? Probabile. Ma gli esempi non sono terminati qui, ora ve ne offro un altro. Stavolta siamo nel terzo capitolo del Libro Primo, quando Frodo, Sam e Pipino stanno lasciando Casa Baggins, per raggiungere Merry nella nuova casa dove Frodo ha dovuto traslocare. Mentre trasportano i rispettivi fagotti, Frodo si lamenta perché pensa che il suo contenga la roba più pesante, scatenando così la reazione di Sam:

“Io potrei portarne ancora molta, signore. Il mio fagotto è assai leggero,” disse Sam baldanzoso e bugiardo.°°

Questa è la versione originale:

‘I could take a lot more yet, sir. My packet is quite light,’ said Sam stoutly and untruthfully.

Ora, è chiaro che, laddove c’è “stoutly and untruthfully”, Fatica ha cercato di replicare l’allitterazione scegliendo baldanzoso e bugiardo”°°. Tuttavia, il termine “stoutly” riguarda più la fermezza, o addirittura il coraggio, che la baldanza vera e propria. La traduzione di Fatica mi fa pensare a un Sam tutto spavaldo che si compiace nel dire una menzogna, mentre la versione originale non mi suggerisce un’impressione così netta. Di nuovo, sbaglio io? Forse. Di certo non ho la presunzione di mettermi al di sopra di un traduttore rinomato, ma d’altro canto non sarebbe la prima volta che, pur di rispettare un’allitterazione, Fatica compie una scelta traduttiva discutibile.

Forzature della lingua italiana. Nella prima parte dell’articolo (ma anche nelle discussioni venute fuori grazie ai commenti), avevo già lasciato intendere che uno dei difetti della nuova traduzione è la sua scarsa efficacia in italiano. Questa scarsa efficacia dipende da due aspetti fondamentali: la presenza di termini o espressioni che spezzano il flusso della lettura, dunque l’“immersione” nella narrazione, e la forte tendenza a ricalcare la struttura dei periodi della versione originale. Certo, ci sono passaggi del testo che scorrono tranquillamente, ma l’impressione generale è che il traduttore abbia sacrificato alcune potenzialità della sua lingua madre, probabilmente per una questione di “fedeltà” al testo inglese. Eppure la fedeltà, in traduzione, non è un concetto matematico – e anche di questo avevo già parlato. Aggiungo una cosa: quando, circa un anno fa, l’insegnante e filosofo Cesare Catà ha osservato che la nuova traduzione colloca l’opera “nel genere contemporaneo della Young Adult Fiction […] perché standardizza Tolkien in un asciutto italiano corrente degli anni Duemila, facendo de Il Signore degli Anelli una storia per ragazzi dai profondi valori culturali”, io avevo appena comprato “La Compagnia dell’Anello” e non ero ancora in grado di dare un giudizio. Dopo la lettura e il lavoro d’analisi, su molte cose non posso dare affatto ragione a Catà, ma capisco cosa intenda riguardo alla collocazione nel genere young adult. Le frasi secche e i periodi brevi fanno effettivamente pensare a quel tipo di letteratura, che è rivolta a un pubblico giovane e perciò si serve di un linguaggio più semplice, meno articolato. Tuttavia, la ragione per cui Fatica predilige la costruzione paratattica a quella ipotattica non è da ricercarsi nel proposito di collocare Tolkien nel genere young adult, bensì nel tentativo di seguire passo per passo la struttura originale, proprio perché, almeno a mio avviso, per il traduttore ciò sembra equivalere a una maggiore fedeltà.

Sin dall’inizio della mia analisi, ho rilevato in Fatica una certa meticolosità – che di per sé non è un male, anzi, sarebbe un gran pregio se, in ultima analisi, non si rivelasse controproducente. E qui dirò una cosa che dovrebbe essere scontata, perfino banale, però a quanto pare non lo è: l’italiano non è l’inglese e l’inglese non è l’italiano. Se nella versione inglese c’è la paratassi, non è automatico che debba esserci anche nella versione italiana. Accorpare insieme due frasi che in inglese sono separate dal punto, o servirsi delle subordinate anziché prevalentemente delle coordinate, non è sbagliato. Per noi italiani/e la paratassi è più tipica della lingua parlata e l’ipotassi della lingua scritta – a meno che, per l’appunto, non si tratti di un testo diretto a un pubblico giovane. È un discorso molto generale, non significa che prediligere la paratassi sia appannaggio esclusivo di chi scrive young adult o libri per l’infanzia, né che opere più complesse debbano sempre e comunque essere caratterizzate da periodi lunghi e uso frequente delle subordinate; non mi meraviglia, tuttavia, che un insegnante abbia suggerito un’associazione tra lo stile di Fatica e quello del genere young adult.

Poteva esserci maggiore attenzione alla lingua di arrivo e alle sue caratteristiche, di conseguenza alla cultura e alla percezione generale del pubblico italiano. Il risultato, per quel che posso giudicare alla luce della mia analisi, è un’impressione di artificiosità dello stile, di scarsa naturalezza. Il testo di Fatica appare a tratti “povero”, per com’è strutturato il periodo, e a tratti astruso, per via di arcaismi e regionalismi; talvolta scivola addirittura nel ridicolo (labbiamo visto). Ma c’è di più, esistono dei passaggi che proprio mi sembrano non essere in italiano – e non per una questione di scorrettezza grammaticale, bensì perché suonano forzati. Riporto alcuni esempi qui di seguito.

Nel capitolo primo del Libro Primo, nel momento in cui Bilbo si appresta a lasciare Casa Baggins, c’è scritto:

Ficcò il libro e il pacchetto in cima a una sacca pesante […].°°

Perché “in cima”? Sembra che si stia parlando della sommità di un’altura o di una costruzione. Mi fa quasi pensare che Bilbo avesse messo gli oggetti sopra la sacca. È vero che “cima” può riferirsi alla parte terminale di qualcosa, eppure l’espressione mi suona innaturale. Forse perché anche gli esempi sui dizionari si riferiscono a superfici piane (“in cima alla tavola”) e a oggetti solidi, o che comunque non hanno la funzione di contenere qualcosa (“la cima di un canapo, della lancia, della spada”; “la cima della pagina”; “la cima dei capelli”). In lingua originale abbiamo “into the top”; penso che Tolkien intendesse appunto che libro e pacchetto sono stati sistemati nella parte alta della sacca, quella più vicina all’orlo, infatti subito dopo ci informa che la sacca è “already nearly full”, “già quasi piena”. Sarò strana io, ma penso che tradurre con “nella parte alta di una sacca pesante” – oppure, meglio ancora, “dentro una sacca pesante, nella parte più vicina all’orlo” – avrebbe reso il passaggio più naturale e armonioso.

Traduzioni che mi convincono ancor meno si trovano nel capitolo secondo del Libro Primo, dove abbiamo Gandalf che afferma:

“E lì negli stagni oscuri in mezzo ai Campi Iridati, […] l’Anello uscì da conoscenza e leggenda […].” °°

A me “uscì da conoscenza” pare tanto un calco dell’originale “passed out of knowledge”. Ma in italiano si dice, si usa? “Uscì dalla leggenda” non mi suonerebbe male; “uscì dalla conoscenza”, però, mi suona molto meno. Ancor meno “uscì da conoscenza”, per via dell’assenza di preposizione articolata. L’espressione usata da Fatica, “uscì da conoscenza e leggenda”, mi sembra italiano forzato. Se Tolkien scrive “the Ring passed out of knowledge and legend”, penso abbia le sue buone ragioni. Non trovo che l’espressione suoni forzata in inglese, anche perché il verbo “to pass” ha un’ampia gamma di significati e sfumature. Se poi sbaglio io, allora correggetemi pure. Per il momento, la traduzione di Fatica non mi convince.

Un discorso molto simile vale per il seguente passaggio:

“C’è poco da scherzare,” disse Gandalf. “Specie tu. […] °°

“Specie tu”… cosa? La frase sembra tronca. Capisco che il verbo sia presente nella frase precedente, ma essendoci una forma impersonale si lega male all’affermazione successiva. In originale è tutto molto più naturale:

‘It is no laughing matter,’ said Gandalf. ‘Not for you. […]

Stavolta quello di Fatica non sembra neppure un calco, il che può essere consolante, ma ciò non toglie che il risultato sia discutibile. Ancora, possibile che l’AIST non sia intervenuta?

Veniamo alla ciliegina sulla torta. Nel capitolo secondo del Libro Secondo, il termine “troll-fells” viene tradotto da Fatica con… “lande trolliche”. Sì, esatto. Ora, a parte che “fells”, di che mi risulti, vuol dire “alture, colline”, non “lande”… ditemi voi se “trolliche” può definirsi italiano. E io che pensavo di aver trovato il peggio con “Colbree”!

 

  • Gli stilemi di Ottavio Fatica

Quando Fatica, nell’intervista con Loredana Lipperini, ha detto che Alliata “ha un curioso stilema”, non avevo idea che la sua affermazione mi sarebbe tornata utile proprio per parlare della nuova traduzione. Anche Fatica, infatti, ha i suoi stilemi. Ne ho individuati due in particolare: uno mi ha infastidita durante la lettura, a lungo andare; dell’altro, invece, ho colto solo qualche avvisaglia, ma il confronto con la versione originale mi ha permesso di andare in fondo alla questione.

Il primo stilema consiste nel troncamento dei verbi all’infinito. La cosa può anche funzionare, soprattutto quando si tratta di verbi come “avere” e “stare”, poiché dire “aver” e “star” è abbastanza comune, sia nel parlato che nello scritto. Il punto è che succede davvero spesso, con qualsiasi tipo di verbo. Ecco qualche esempio: “parlar” (detto dal padre di Sam), “ballar” (all’interno della narrazione), “scender” (all’interno della narrazione), “vagheggiar” (all’interno della narrazione), “scivolar” (detto da Gandalf), “tener” (detto da Frodo), “trafficar” (detto da Gandalf), “prender” (detto da Merry), “camminar” (detto da Frodo), “cantar” (detto da Sam), “scoprir” (detto da Aragorn), “attraversar” (all’interno della narrazione), “rifletter” (detto da Dáin), “chieder” (detto da Boromir), “impetrar” (detto da Boromir), “riparar” (detto da Aragorn), “sistemar” (detto da Saruman), “usar” (detto da Elrond) “allontanar” (detto da Glorfindel), “accumular” (detto da Elrond), “sopportar” (detto da Bilbo)

Probabilmente quello di Fatica è un tentativo di rendere poetico il testo. Vi confesso che non ho ancora provato a leggere la nuova traduzione ad alta voce; forse, se lo facessi, qualcosa cambierebbe nella mia percezione. Leggendo normalmente, ad ogni buon conto, trovare tanto spesso verbi privi dell’ultima vocale finisce col diventare seccante – anche perché, come avete visto, la cosa viene fatta indiscriminatamente. Non importa se Fatica sta traducendo la parte narrata o i dialoghi e, per quanto riguarda questi ultimi, non importa se a parlare è un Elfo, uno Hobbit, oppure un Uomo. Insomma, non si tratta di una caratteristica di uno o di qualche personaggio, è praticamente una costante. A lungo andare, viene da chiedersi: ma parlano tutti così?

Passiamo adesso al secondo stilema: la trasformazione della coniugazione dei verbi in forma passiva in coniugazione in forma attiva. Fatica lo fa molte volte, tant’è che ne ho contate più di trenta solo nel secondo capitolo del Libro Secondo. Di per sé, trasformare una forma passiva in una forma attiva non è un problema… ma come la mettiamo quando viene a mancare il soggetto della frase?

Adesso vi chiedo di fare con me un bel passo indietro e immaginare di essere alle scuole elementari, a lezione d’italiano. Non vi sto prendendo in giro: una spiegazione basilare può essere estremamente efficace. Dunque, per rendere chiara la differenza tra la forma passiva e quella attiva, penso sarete d’accordo con me che un esempio classico può essere quello che segue.

“Marco mangia la mela” è una frase con coniugazione in forma attiva: abbiamo il soggetto (“Marco”), il predicato (“mangia”) e il complemento oggetto (“la mela”). Se volgiamo la frase alla forma passiva, abbiamo: “La mela è mangiata da Marco”. Così facendo, il complemento oggetto della frase precedente (“la mela”) qui diventa soggetto; nel predicato c’è il verbo essere (“è mangiata”); il soggetto della frase precedente (“Marco”) diventa complemento d’agente. Ora, la frase “la mela è mangiata” – quindi senza complemento d’agente – è comunque di senso compiuto, poiché è una frase minima, composta da soggetto e predicato. Il soggetto è fondamentale e, anche se ci sono casi in italiano in cui si può evitare di esprimerlo, in generale vale una regola di base: dobbiamo sapere chi sta compiendo l’azione. Se noi diciamo “mangia la mela” (non inteso come imperativo, sia chiaro!), ad altre persone verrà automatico chiederci: chi? Chi è che mangia la mela?

Torniamo ora a Fatica. A lasciarmi un po’ stranita è stata proprio la presenza di varie frasi in cui non è chiaro chi abbia compiuto l’azione. Ecco alcuni esempi (evidenzio in grassetto i passaggi “incriminati”):

“Sì, a Mordor,” disse Gandalf. “Ahimè! Mordor attira tutte le creature cattive e l’Oscuro Potere tendeva con tutta la sua forza di volontà a radunarle lì. Per giunta l’Anello del Nemico aveva lasciato il segno su Gollum, lasciandolo esposto al richiamo. […] Povero idiota! In quel paese avrebbe appreso molto, troppo per il suo stesso bene. E un bel momento, mentre si aggirava curiosando lungo i confini, lo avevano catturato e sottoposto… a un interrogatorio. Dev’essere andata così, temo. Quando lo trovarono stava lì già da molto ed era sulla via del ritorno. […] °°

“Il tuo fuocherello, certo, non fonderebbe neanche l’oro comune. L’Anello lo ha attraversato indenne, senza neanche scaldarsi. Non c’è fucina di fabbro in questa Contea capace di alterarlo minimamente. Hanno detto che il fuoco di drago può fondere e consumare gli Anelli del Potere, ma ormai sulla terra non c’è drago dall’antico fuoco abbastanza caldo […].” °°

“Seguitemi!” disse Merry. […] Prese a sinistra della Siepe e ben presto giunsero in un punto dove piegava verso l’interno costeggiando il ciglio di un avvallamento. A una certa distanza dalla Siepe avevano scavato una trincea che digradava dolcemente nel terreno.°°

“Lo prese Isildur, e non avrebbe dovuto. Bisognava gettarlo nel vicino fuoco dell’Orodruin dove lo avevano forgiato. Ma pochi si accorsero di quanto aveva fatto Isildur. […] °°

Se nel primo esempio è intuibile che a catturare e interrogare Gollum siano stati gli emissari del Nemico, dunque la frase potrebbe funzionare anche senza il soggetto, nell’ultimo esempio ci troviamo di fronte a un errore, poiché molto prima è stato reso chiaro che l’Anello è opera di un unico individuo, Sauron; dire “lo avevano forgiato” non è corretto. Grazie al confronto con la versione originale, ho costatato che in tutti questi passaggi – così come in tanti altri – nel testo di Tolkien c’è la forma passiva senza complemento d’agente, che inspiegabilmente Fatica volge in forma attiva, trovandosi perciò sprovvisto del soggetto. In certi casi ci può anche stare; innanzitutto, chi legge di solito non fa il confronto con l’originale, per cui non si accorge di determinate cose. In secondo luogo, nel linguaggio parlato può succedere di esprimersi in maniera approssimativa – per esempio, usando “dicono” al posto di “si dice”. Quest’ultima è una forma impersonale che funziona senza bisogno di alcun soggetto, mentre “dicono” esigerebbe un soggetto, una terza persona plurale, che però nel parlato può mancare. Si tratta di un modo di dire: quando lo usiamo, spesso non sappiamo con certezza chi abbia fatto determinate affermazioni, perciò quel “dicono” assume una valenza generica, simile appunto a “si dice”, o al limite a “ho sentito dire”.

Fornisco subito un esempio presente nel testo. Nel sesto capitolo del Libro Primo, troviamo questa frase: “The Withywindle valley is said to be the queerest part of the whole wood […]. Fatica traduce così: “La valle del Circonvolvolo, dicono, è la parte più strana di tutto il bosco […]°°. Ecco, ciò non mi disturba affatto, poiché la frase funziona e per di più ci troviamo all’interno di una parte dialogica. Ma mi sta bene pure che molto più avanti, nel secondo capitolo del Libro Secondo, Fatica traduca “and so it is named in the North Isildur’s Bane” con “pertanto al Nord lo chiamarono il Flagello d’Isildur”°°. Quel che non capisco è perché, in generale, tenda a trasformare spesso la forma passiva in forma attiva. A che pro? In italiano la forma passiva non è mica un tabù. Inoltre, da qualcuno che pare così “attaccato” alla lingua originale, al punto da scegliere soluzioni traduttive che risultano discutibili in italiano, non mi aspetterei questo modo di fare. Anche in tal caso, come in precedenza, è evidente che non si tratta di un’eccezione, bensì di un’abitudine – un vero e proprio stilema del traduttore. Posso elencarvi altri esempi, la maggior parte dei quali si scovano facendo il confronto con il testo di Tolkien. Si tratta sia di frasi contenute nella parte narrata, sia di frasi contenute all’interno dei dialoghi.

“Often he was seen walking and talking with the strange wayfarers that began at this time to appear in the Shire”. Traduzione: “Spesso lo vedevano camminare e parlare con gli strani viandanti che a quell’epoca cominciarono a comparire nella Contea”.°°

“He believed that the One had perished; that the Elves had destroyed it, as should have been done. But he knows now that it has not perished, that it has been found”. Traduzione: “Lui credeva che l’Unico fosse annientato; che gli Elfi lo avessero distrutto, come andava fatto. Ma ora sa che non è stato distrutto, che lo hanno trovato”.°°c7c495fe52340abe716eb314917a1378607e2297

“Why, why wasn’t it destroyed?”. Traduzione: “Perché, perché non l’hanno distrutto?” °°

“It was taken from him”. Traduzione: “Glielo presero”.°°

“There is still a wide bare space not far inside where the bonfire was made”. Traduzione: “Non molto all’interno c’è tuttora un vasto spiazzo spoglio dove avevano fatto il falò”. °°

“Not all that was spoken and debated in the Council need now be told”. Traduzione: “Non occorre riferire tutto ciò che dissero e discussero durante il Consiglio”.°°

“If ever such a tale was told in the South, it has long been forgotten”. Traduzione: “Quand’anche raccontarono questa storia a Sud, l’hanno dimenticata ormai da tempo”.°°

“I only wished to claim the treasure as my very own in those days, and to be rid of the name of thief that was put on me”. Traduzione: “All’epoca desideravo solo rivendicare come esclusivamente mio il tesoro e sbarazzarmi dell’appellativo di ladro che mi avevano affibbiato”.°°

“It was taken with torment from Thráin in the dungeons of Dol Guldur”. Traduzione: “Lo strapparono a Thráin con la tortura nelle segrete di Dol Guldur”.°°

Mi fermo qui, direi che è inutile proseguire. Non sempre l’assenza di soggetto può essere considerata problematica, ma più di una volta lo è. Nel secondo esempio, laddove in originale abbiamo un generico “it has been found”, riferito all’Anello, Fatica sceglie di tradurre con “lo hanno trovato”, portando fuori strada chi legge poiché, in base al contenuto della frase precedente, si deduce che siano stati gli Elfi a trovare l’Anello, o che comunque Sauron pensi questo. Nel quarto esempio, Fatica fa dire a Gandalf “glielo presero”, sempre in riferimento all’Anello; chi sarebbe il soggetto di questa frase? E poco dopo scopriamo che è stata una singola persona, Isildur, a togliere l’Anello a Sauron. Un discorso molto simile vale per il nono esempio, in cui troviamo Bilbo che dice di essersi voluto sbarazzare “dell’appellativo di ladro che mi avevano affibbiato”; “avevano” chi? È stato Gollum a etichettarlo come ladro, dopo che Bilbo si è impadronito dell’Anello…

Come vedete non si tratta di cavilli, bensì di vere criticità. Posso capire che una persona non ci dia peso mentre legge, magari perché troppo presa dalla narrazione… ma sappiamo bene in che modo è stata pubblicizzata la traduzione di Fatica. Francamente qui vedo solo l’ennesima prova di quanto sia stato ingannevole e fuorviante quel tipo di pubblicità.

 

  • Alcune risposte offerte da Vittoria Alliata

La prima traduttrice de “Il Signore degli Anelli” non è rimasta in silenzio di fronte alle esternazioni di Fatica e dell’AIST. Dopo l’intervista rilasciata a “Il Giornale” nel gennaio del 2019, di cui avevo già riportato qualche citazione, ha avuto occasione di intervenire al Raduno di San Marino, alcuni mesi dopo. Il suo intervento può essere ascoltato integralmente sul sito della radio online “La Voce di Arda” (dal minuto 89.30 al minuto 163.57). Ho cercato di trascriverne le parti essenziali, in maniera il più possibile lineare e comprensibile, quindi riducendo al minimo le esitazioni che si possono avere facendo un lungo discorso. Come al solito, entro le parentesi quadre si trovano aggiunte o vengono segnalate omissioni che ho ritenuto necessarie.

Alliata inizia facendo un resoconto dell’arrivo de “Il Signore degli Anelli” in Italia, e di come lei si trovò a tradurlo:

[…] mi fu spiegato che il libro era stato rifiutato da illustri editors di una grande casa editoriale, che io all’epoca non sapevo [chi fossero] ma attraverso il libro di Oronzo [Cilli] ho visto poi chi era. Era [Elio] Vittorini, addirittura, che aveva emesso un giudizio negativo dicendo che [quello di Tolkien] era un libro inaccettabile, intraducibile, un mito nordico, un mito incomprensibile per gli italiani […] che non avrebbe mai trovato nessun tipo di simpatia presso un pubblico italiano, né di adulti né di giovani. E [mi fu chiesto] se io me la sentivo di affrontare questo compito, cioè di renderlo simpatico. Ovviamente, non avevo la più vaga idea di chi fosse questo signore [Tolkien]. Va bene? Non avevo la più vaga idea, non si sapeva niente all’epoca. Nulla. Quindi mi fu dato questo testo e io piombai in questo materiale, che era chiaramente qualcosa di molto più profondo di quello che appariva, no? E però trasporlo… La sfida […] era quella: sei in grado di trasporlo per dei lettori italiani, che – stiamo parlando degli anni Sessanta – l’inglese non lo conoscono, la mitologia anglosassone non l’hanno mai letta, non hanno la più vaga idea di che cos’è “Beowulf” […]? Dico, niente di tutto questo era parte della cultura dei giovani italiani dell’epoca. Tra l’altro stiamo parlando della fine degli anni Sessanta, stavamo alle porte del Sessantotto. Io leggevo Joyce […] e incominciavano anche i figli dei fiori […]. Nel rifletter su come fare questa cosa – e avevo pochissimo tempo, ho tradotto due volumi in meno di un anno e facevo al tempo stesso anche il bac, dovevo fare anche il baccalauréat philosophie, quindi […] credo che per un anno non ho mai dormito. E quindi, in quella situazione, mi venne quasi spontaneo utilizzare un sistema dantesco. Cioè, mi sono detta: per trasporre questa storia, l’importante è il linguaggio […]. Mi fu detto: questo signore è un esperto, conosce benissimo l’italiano quindi stai attenta, sorveglierà tutto, anzi, qua c’è pure la nomenclatura che lui aveva appena scritto per i traduttori, perché era insoddisfatto delle due precedenti traduzioni […]. Vi dirò che certamente a quell’epoca non sapevo, non sapevo affatto che lui conoscesse Dante, […] in verità l’ho scoperto qualche mese fa, sempre da Oronzo. E questa cosa mi ha veramente emozionata, perché io – come se fossi stata in una specie di connubio spirituale con questo autore – ho usato i termini di Dante. Cioè, io ho usato il metodo di scrittura di Dante, usando delle formule, che si chiamano l’endiadi e la dittologia, per rendere questo linguaggio arcaico, che lui voleva arcaico, che lui esigeva fosse arcaico e questo lui lo scrive in maniera molto molto molto chiara […]. Non mi ripeterò rispetto a cose che ho detto in precedenti conferenze, quindi vi citerò un altro brano […] Rivolgendosi a colui che l’aveva accusato di volgarità, di essere “tushery”, quindi di fare del neogotico, no?, del neo-medioevo, […] lui [Tolkien] risponde una cosa molto interessante, oltre a quelle altre cose che ho citato in altre sedi, [e] dice: quello che faccio non è […] un finto inglese arcaico […] e se l’inglese moderno ha perso il trucco di mettere una parola, di enfatizzare una parola che desidera sottolineare, posizionandola all’inizio di una frase, senza la necessità di aggiungere un sacco di parole inutili, […] peggio per l’inglese moderno e meglio per coloro che potranno, tramite me, imparare il trucco di nuovo. […]

Nell’ultima parte di questo pezzo che ho riportato, Alliata cita, seppur in maniera abbastanza libera, una lettera di Tolkien, che nella raccolta “Lettere 1914/1973” figura come la numero 171. L’argomento, come avrete capito, è l’uso di arcaismi ne “Il Signore degli Anelli”. Quanto alla conoscenza di Tolkien dell’opera di Dante, ne ha parlato lo studioso Oronzo Cilli – che Alliata stessa menziona più volte – proprio durante il Raduno di San Marino; potete ascoltarlo dal minuto 42.27 al minuto 89.20 della registrazione. La traduttrice affronta poi la questione della nuova traduzione, commentando ciò che è stato detto da Fatica:

Arriviamo dunque a questo tema fondamentale del “tradire-tradurre”, cioè, io vengo accusata, da colui che si definisce il nuovo traduttore, che corregge i millecinquecento errori a pagina su… no, cinquecento? Millecinque? Non mi ricordo, un numero incredibile di errori a pagina che avrei fatto su tutto il testo, sulle millecinquecento pagine del “Signore degli Anelli”. Ed è molto interessante esaminare questa critica, perché […] questo nuovo traduttore non conosce Dante. Cioè, non sa cos’è l’endiadi. Rivela di non sapere cos’è l’endiadi, perché nella sua critica alla mia traduzione considera errori proprio questo ritmo della duplicazione. “Grasso e basso”, voglio dire, cose di questo genere, che oggi voi capite che sono tipiche della lingua italiana, anche utilizzate da Petrarca all’epoca, quindi sono raddoppiamenti di parole per rinforzarne il significato, quello che dice proprio di voler fare, evidentemente, Tolkien […].

Alliata menziona quindi la famosa osservazione di Fatica sul presunto numero di errori della vecchia traduzione, accusando il traduttore di non sapere cosa sia l’endiadi. Devo confessare che l’anno scorso, quando ho letto la sua prima replica su “Il Giornale”, credevo che fosse stata ingiusta con Fatica; pur non condividendo affatto i suoi toni, riflettendoci mi sono resa conto che ha tutte le ragioni per essere rimasta basita. Un traduttore pluripremiato – che peraltro è anche autore di poesie – non riconosce figure retoriche utilizzate da Petrarca e Dante? Capisco contestarne l’utilizzo all’interno di una traduzione, ma non è questo ciò che Fatica ha fatto: ha semplicemente parlato di un “curioso stilema” che consiste nel raddoppio degli aggettivi, e per chi legge la vecchia traduzione sembra appartenere a Tolkien, invece è di Alliata. In altre parole, ha fatto passare una scelta stilistica – discutibile quanto volete, di questo ne abbiamo già parlato – per un errore.

Proseguiamo con la trascrizione. Vi avviso che la sintassi qui è un po’ contorta, come spesso può succedere nel parlato quando il discorso è lungo:

[…] io non mi sono trovata a dovermi difendere soltanto da questo autore, da questo nuovo traduttore, che ha avuto anche il cattivo gusto di fare questi commenti in pubblico, sulla stampa, al Salone del Libro di Torino, eccetera eccetera; ma mi trovo a dovermi anche difendere da un dottor Paolo Gulisano, che non conosco. E approfitto quindi di questo invito, proprio perché credo che i princìpi etici di Tolkien, oltre a quelli nostri, diciamo personali, di accademici, di professionisti della cultura, sia quello che bisogna le cose affrontarle di petto, cioè, di fronte, bisogna parlare di fronte a tutti. Io ho sempre accettato inviti, conferenze, dibattiti, interviste – Oronzo lo sa, in momenti difficilissimi della mia vita, ci siamo scambiati… tanti scambi, tante telefonate, eccetera. E questo penso che sarebbe il modo corretto di procedere, no? Piuttosto che scrivermi dietro delle cose […] alle quali posso replicare [solo oggi], cosa che non avrei potuto fare se non avessi avuto questa sede. Quindi vorrei, una volta per tutte a questo punto, ripetere cose che dissi, al primo convegno di Paolo Paron a Tolmezzo, al convegno di Franco Manni a Bergamo […]. Ho ripetuto tante volte, appunto in queste conferenze, alcuni punti che il dottor Gulisano fa finta di ignorare.

Paolo Paron è il fondatore e presidente onorario della STI, mentre Franco Manni è presidente onorario dall’AIST. Quanto al dottor Paolo Gulisano, è uno studioso tolkieniano che non fa parte di nessuna delle due associazioni, e ha scritto sul suo blog diversi articoli dedicati a Tolkien; quello a cui si riferisce Alliata è in realtà un’intervista rilasciata ai membri dell’associazione “Sentieri Tolkieniani”. Francamente, leggendola, non ho affatto avuto l’impressione che Gulisano volesse attaccare Alliata, quindi non penso che lei avesse un’effettiva necessità di difendersi. D’altronde non sono nella sua testa, per cui non posso decidere cosa la offenda e cosa no. Ad ogni modo, Alliata continua precisando:

Allora, mi trovo a dover fare una cosa piuttosto noiosa, che però è, credo, […] fondamentale […]. Intanto vorrei dire che c’è stata la supervisione di Tolkien, e come avete sentito Tolkien non solo leggeva l’italiano, ma leggeva Dante in italiano, va bene? Quindi credo che questo sia un fatto decisivo. Questo autore ha scelto di approvare la mia opera. Non solo, di approvare l’opera di qualcuno che aveva sedici anni e che gli ha chiesto quindi molti consigli, costantemente ha voluto avere delle conferme; […] quindi volerla aggiornare, questa opera, è fare un torto non a me, ma fare un torto all’autore. All’autore, che era […] molto attento e molto determinato, perché per lui ogni parola aveva un significato fondamentale. Fondamentale. 

La questione del livello di conoscenza di Tolkien dell’italiano è un po’ intricata. Sicuramente l’intervento di Oronzo Cilli a San Marino è interessante per capire qualcosa in più (vi segnalo, in particolare, il minuto 82.58 della registrazione). Per il resto, riguardo alla traduzione di Alliata, parrebbe che l’unica cosa documentata sia che Tolkien l’avesse fatta leggere a un amico professore d’italiano, Camillo Talbot D’Alessandro, il quale l’aveva considerata ben riuscita. Infatti, ciò che l’AIST e altre persone hanno sottolineato è che non ci sono prove che Tolkien avesse approvato personalmente il lavoro di Alliata. Questo discorso viene accennato anche sul blog dei Figli di Fëanor (alla voce “Curva sud e orsacchiotto di peluche” dell’articolo di cui vi metto il link qui).

D’altra parte, però, Alliata sostiene da anni di aver ricevuto l’approvazione di Tolkien – lo diceva anche quando la traduzione di Fatica non era neppure in cantiere. Senza andare troppo lontano, esiste una sua intervista, risalente al mese di aprile del 2016 (vi metto il link qui), in cui dichiara: […] finché ho lavorato su questo testo, Tolkien era vivo. Ho avuto contatti con lui. L’editore inglese mi ha mandato lettere di apprezzamento scritte da lui”.

Torniamo adesso al Raduno di San Marino. Dopo aver nominato nuovamente Gulisano, Alliata tira in ballo Wu Ming 4, socio di punta dell’AIST:

In questa sintesi che viene fatta dal dottor Gulisano della guerra dell’Anello – quella che abbiamo chiamato “la guerra dell’Anello”, che è partita con degli insulti, molto pesanti appunto, alla mia traduzione e alla mia persona… poverina, era troppo giovane, non sapeva cosa faceva… che si è aggravata, si è aggravata perché appunto è stata fatta in maniera pubblica, non mi è mai stato consentito di replicare e si è soprattutto voluto ignorare tutto quello che ho detto e ho scritto in questi anni… e io vorrei dirvi una cosa: chi è questo Wu Ming, che decide che è lui il vero unico interprete di Tolkien? Ma ve lo siete chiesto? Cioè, colui che sta, ormai da alcuni anni, sabotando ogni interpretazione fatta nel corso degli anni – ma, senza andare tanto lontano, il libro di Oronzo – e che si assume essere […] il grande interprete e l’unico capace di spiegare [Tolkien] e quindi anche di suggerire una nuova traduzione tolkieniana.

Con le parole “senza andare tanto lontano, il libro di Oronzo”, Alliata probabilmente si riferisce alla stroncatura, a opera di Wu Ming 4, del libro di Cilli “Tolkien e l’Italia”, alla quale lo stesso Cilli ha avuto occasione di replicare, con un lungo commento sul blog da lui gestito (vi metto qui il link). Riguardo al fatto di sabotare “ogni interpretazione fatta nel corso degli anni” su Tolkien, è un discorso su cui tornerò dopo. Per il momento, ci interessa sapere che Wu Ming 4 è anche autore del romanzo “Stella del Mattino”, menzionato da Alliata subito dopo:

Allora io vorrei dirvi, vorrei leggervi una frase di questo signore [Wu Ming 4]: “Tolkien era un personaggio meno avventuroso e plateale, un tipo tranquillo, tutto in superficie, e per questo è stato una bella sfida ricavare per lui un plot che fosse avvincente”.

In questo caso la citazione di Alliata è proprio testuale, poiché è così che Wu Ming 4 ha parlato di Tolkien nel presentare “Stella del Mattino” (come riportato anche da Cilli in un suo commento al suddetto testo). Alliata continua:

[…] sta parlando del suo libro, che si chiama “Stella del Mattino”, che dedica alla biografia di Tolkien. Quindi lui immagina per Tolkien “le avvisaglie di una patologia post-traumatica, che mettesse a repentaglio il quieto vivere. Come prendere un borghese piccolo e conservatore e metterlo davanti all’imponderabile, all’inconscio, ai fantasmi”.

Ancora, queste ultime frasi sono citazioni precise. Seguono ora le considerazioni di Alliata in merito:

Quindi lui [Wu Ming 4] fa di Tolkien un personaggio patologico, malato di paura – e vi cito alcune cose, tanto per citarvele, perché finalmente mi sono letta questo “Stella del Mattino”, devo dire, me l’aveva fatto conoscere Oronzo e mi stava qua, quindi non l’ho voluto leggere, poi finalmente […] questo qui […] ha deciso che lui è […] l’unico che conosce [tutto], che Tolkien era marxista, è stato depistato da noi fascisti che l’abbiamo sostenuto, eccetera eccetera, insomma, questo chi è?

Fermo restando che non mi risulta che Wu Ming 4 abbia detto che Tolkien era marxista, la questione relativa ai fascisti ha un fondo di verità. Uno degli obiettivi dichiarati di Wu Ming 4, come vedremo meglio più avanti, è liberare Tolkien dalle interpretazioni di estrema destra. Ma vediamo cosa dice Alliata, sempre a proposito del romanzo scritto dal noto esponente dell’AIST:

[…] nella prima parte, […] a pagina ventiquattro del libro “Stella del Mattino”, [Tolkien] si accorge d’essersi pisciato addosso. Signori miei, va bene che stiamo parlando della guerra [però]… Dico, ma vi rendete conto? “È più imbarazzante della macchia scura di pipì che si allarga sui pantaloni”. Cioè, lui si era talmente spaventato che si era fatto la pipì addosso. “Il senso d’impotenza aumenta fino ad ammutolirlo”. Sto citando, eh… la stessa pagina. “Non aveva trovato un modo migliore per domare i mostri se non trasformarli in creature fiabesche”.

Ho messo tra virgolette quelle che sembrano chiaramente essere citazioni testuali. Non so dirvi se “si accorge d’essersi pisciato addosso” lo sia. Veniamo alle altre considerazioni di Alliata:

[…] Sto continuando qua, a un certo punto Tolkien incomincia ad avere delle visioni […]. Poi, la rivelazione: chi è che gli spiega gli Anelli? Un signore che lui non ha mai incontrato nella sua vita. Cioè, un libro che finge che sta facendo una biografia, per quanto romanzata, di Tolkien, stabilisce che Tolkien tutta la sua idea degli Anelli la piglia da chi? Da Lawrence? Lawrence d’Arabia, che non ha mai incontrato. […]  Secondo questa […] storia, Tolkien incontra Lawrence in un museo […]. Allora, io sono un’arabista; vi risparmio i commenti su tutta la parte che riguarda Lawrence in questo libro. Cioè, è una vergogna l’ignoranza e la mancanza di conoscenza dei dati storici che riguardano Lawrence d’Arabia, che poi è insieme a Tolkien uno dei protagonisti. […] Tutto il testo è fondato su questa visione di quest’uomo [Tolkien] patologicamente malato: pauroso, afflitto da visioni di questi suoi commilitoni morti in guerra – che certamente lo hanno fatto molto soffrire – e [chi ha scritto sembra] completamente ignaro del fatto che questo fosse un uomo fortemente religioso, in cui il cattolicesimo non era una cosa appiccicata addosso, ma una forza spirituale, che non solo lo teneva in piedi, ma gli ha fatto scrivere delle opere straordinarie.

Su Wu Ming 4, Alliata aggiunge:

[…] che questo signore, di cui vi risparmio il resto, sia colui che adesso gestisce e decide che il futuro delle interpretazioni di Tolkien in Italia sarà fatto dalla sua associazione insieme a questo… non mi ricordo, Arditi? Arditi? Arduini… che erano tutti quelli che facevano i loro commenti su di me al Salone dei Libro di Torino… questa cosa mi sembra, veramente, del tutto fuori dalle righe, per quanto riguarda il rispetto dell’autore e nell’ambito di quello che dicevamo “tradire o tradurre”.

Arduini è ovviamente il presidente dell’AIST, che come sappiamo era presente al Salone del Libro di Torino del 2018. Da tutto ciò che Alliata dice in questi ultimi paragrafi che ho trascritto, ho ricavato due cose fondamentali. Uno, la traduttrice è scandalizzata dal ritratto di Tolkien che emerge dalle pagine di “Stella del Mattino”. Due, sembra ritenere che l’AIST sia un’associazione che rappresenta in tutto e per tutto le idee di Wu Ming 4. Lascio i commenti per dopo, andiamo avanti:

Ora… io direi una cosa. Il Gulisano, per l’ennesima volta […] a questo punto dice: ma è preoccupante scannarsi per una questione di traduzione. Qui non stiamo parlando di una questione di traduzione. Qui stiamo parlando dell’impostazione fondamentale, di quello che voleva l’autore, cioè un autore che ha cambiato la mentalità di generazioni di giovani, i quali hanno visto la luce al di là di quello che era un mondo appunto dominato dalle guerre, dalla violenza e da tante altre cose, attraverso la capacità di quest’uomo – vero, borghese, piccolo-borghese, come dice Wu Ming con tanto disprezzo, lui che è un… cos’è, un rivoluzionario proletario… Questo piccolo-borghese è un gigante, è un gigante dell’epoca, come Dante, come Virgilio. Cioè, è questo che lui non ha capito, tant’è vero che ha riempito, come dice lui alla fine del “Stella del Mattino”, i vuoti della biografia di Tolkien – che non ci sono, questi vuoti, […] quindi lui ha riempito i vuoti che sono nella sua mente, con delle invenzioni completamente fuori luogo […]. Ora ci aspettiamo la nuova edizione, la nuova traduzione del “Signore degli Anelli” con l’introduzione, ovviamente, di Wu Ming, quindi… in bocca al lupo. […]

Sorvolando sull’uscita finale, che non capisco se sia una battuta o no… ritengo che Alliata sbagli ad associare direttamente il lavoro fatto con “Stella del Mattino” a quello della nuova traduzione. Posso capire che abbia trovato sgradevole il romanzo, che secondo lei esso dia un’immagine distorta di Tolkien; è quello che peraltro sostiene anche Cilli, parlandone sul suo blog. Si tratta di opinioni e io le rispetto. Non ho mai letto “Stella del Mattino”, perché francamente non m’interessa, ma non è questo il punto. L’AIST è una realtà collettiva, ridurla ad una vetrina personale di Wu Ming 4 – per riprendere in parte ciò che ha detto Gabriele Marconi, appassionato e studioso tolkieniano – mi pare quanto meno azzardato. Che il singolo socio abbia voluto romanzare la biografia di Tolkien non implica che l’intera associazione sarebbe capace di farlo. Sui commenti al Salone del Libro di Torino, invece, mi sono già espressa; sapete come la penso sull’atteggiamento di Fatica e dell’AIST.

Alliata conclude così il suo discorso sulla nuova traduzione:

[…] tradurre non è prendere una parola a casaccio dal testo e dire: ah, ma qui Wikipedia mi dice che questa parola significa qualcos’altro. […] Cioè, io vorrei segnalarvi le correzioni che mi hanno fatto Wu Ming & company […]. Sono online, le ho stampate […]. Allora, io vorrei leggervi questa frase, che mi è stata corretta, tra le quattrocento correzioni che mi hanno fatto e che […] la Bompiani ha riportate nel suo e-book, perché ha pensato bene di immediatamente correggermi, e per questo li ho denunciati anche penalmente. Allora, […] sentite questa frase: “Mr Bilbo has learned him his letters”, ok? Allora, com’è la mia traduzione? […] “Il padrone gli ha anche insegnato a leggere e scrivere”. Bene, voi sapete qual è la correzione che ci fa l’AIST, signori miei? Volete sapere? Cioè, questi sono i futuri traduttori del “Signore degli Anelli”? “Il signor Bilbo gli ha imparato a leggere e scrivere”.

Qui sono rimasta confusa. Nella seconda parte del mio articolo, ho parlato dell’uso che Tolkien fa di “learned” nel passaggio menzionato da Alliata; non c’è nulla di così strano nel volerlo tradurre con “imparato”, anzi. Sembra quasi che la traduttrice voglia far indignare chi l’ascolta e lasciar intendere che l’AIST sia composta da ignoranti. Riguardo alla questione della denuncia alla Bompiani, non mi pronuncio. Non ho competenze in merito, quindi preferisco non esprimermi. Sapevo che era in corso un contenzioso legale tra Alliata e la casa editrice, ma non spetta a me decidere chi sia dalla parte del torto.

Dopo che è stata fatta un’osservazione sui possibili errori della vecchia traduzione, Alliata fa invece un intervento molto interessante, riguardo ai rapporti con Quirino Principe, che come sappiamo è il curatore della vecchia edizione de “Il Signore degli Anelli”. Di nuovo la sintassi è un po’ difficile da seguire, ma ho ritenuto importante riportare questo passaggio:IMG-20190424-WA0009

[…] Dopo aver avuto una battaglia durissima con Quirino Principe, che rifiutava la mia visione… chiamiamola così, tolkieniana, di Tolkien, dopo aver avuto un conflitto con [Élemire] Zolla, che ha imposto quella prefazione allucinante, io stavo per avere un esaurimento nervoso, perché nel frattempo Tolkien è morto e toccava a me difenderlo. E io avevo vent’anni e non ero nessuno! […] Ci saranno sicuramente, ci sono degli errori [nella mia traduzione]. Ma ve li dico di più, ci sono degli errori che ho ritrovato io, che sono ancora dei refusi dell’edizione Astrolabio. Cioè, con tutti i passaggi che hanno fatto, il Paolo Paron, il Quirino Principe, […] sono rimasti qui i refusi! Le mancanze di frasi, pezzetti diversi! Cioè, non corretti. Perché le correzioni dovevano dare un’ideologia, perché lo scopo non era di verificare se c’erano degli errori di questo tipo, com’è logico che ci possono essere se uno in un anno traduce millecinquecento pagine. Perciò questo [di correggere] è il compito del revisore, non è il compito suo quello di trasformare un testo in qualcosa di satanico, in qualcosa di marxista, in qualcosa di… come dice la signora della Bompiani, che mi risponde ai miei avvocati, dicendo: dobbiamo aggiornare ai tempi! Dobbiamo aggiornare Tolkien ai tempi! Questo scrive la signora, va bene? Questo [è] la nuova traduzione, tra l’altro la traduzione di “Moby Dick” [è] di Ottavio Fatica e quello che lui rivendica [è] aver finalmente fatto emergere la dimensione omosessuale di “Moby Dick”, va bene? Quindi io le dico questo: io sono la prima [a riconoscere che ci sono degli errori], io […] non ce l’ho neanche più, il libro di Astrolabio, lui [Oronzo] ce l’aveva, quindi […] me l’ha mandato e mi sono fatta un bel raffronto con l’edizione di oggi e vi dico [che] ho trovato i refusi, ma lo capite? Cioè, una cosa scandalosa! Cos’hanno corretto il Paron e…? Si sono concentrati su cose che invece erano essenziali per Tolkien, come “Elfi”, come “Gnomi”, tutta questa roba sulla quale avevamo discusso e io a quel convegno a Tolmezzo l’ho spiegato!

In precedenza, in una parte che ho omesso per questioni di lunghezza, Alliata spiega di aver concordato con Tolkien la traduzione di “Elves” con “Gnomi” e di “Orcs” con “Orchetti”; così era, infatti, nella prima traduzione italiana de “La Compagnia dell’Anello”, edita da Astrolabio. Anche questa è una cosa che la traduttrice aveva dichiarato già in passato. Nella parte dell’intervento da me trascritta, Alliata afferma che Principe non ha fatto come si deve il suo lavoro di editing ed è addirittura andato contro le intenzioni di Tolkien. In effetti, sappiamo che il curatore ha riportato alla forma originale alcuni nomi che Tolkien aveva detto di tradurre (primo fra tutti “Baggins”), oltre a rendere “Elves” con “Elfi”. Interessante è anche scoprire che Alliata non ha mai approvato l’introduzione di Élemire Zolla – criticata dallo stesso Wu Ming 4 e oggi assente nell’edizione tradotta da Fatica.

Alliata prosegue:

[…] è stata ancora una volta una visione ideologica e io mi son ritrovata l’unica scema che doveva difendere le posizioni neutrali dell’autore, il quale non voleva essere manipolato da nessuna parte, perché era al di sopra di tutto questo, perché volava alto, […] perché il suo è un discorso etico, è un discorso perenne, è un discorso che deve liberare l’umanità. […]. Quindi, se vogliamo una volta per tutte seguire lo stile dell’autore, lo dobbiamo fare insieme! Dobbiamo essere umili lettori, fare come fa Oronzo, [lui] studia i testi passo per passo, […] non s’inventa le questioni. Fa un lavoro accademico, serio, scientifico, e sulla base di quello che trova porta avanti i suoi studi. Così si fa. E se questo noi crediamo che sia giusto fare, facciamo crescere nuove generazioni di ragazzi che vadano a studiare sempre di più, che portino avanti queste idee, perché è pieno questo testo, è pieno di cose da fare […]. Se mi avessero fatto fare nel ’96, quando abbiamo rinnovato il contratto con Rusconi – ho chiesto di fare io una introduzione di presentazione, no? […]. Io, tra l’altro sono una studiosa di metafisica comparata, forse c’è una serie di cose che posso dire per illustrare meglio quest’uomo, quest’opera. […] È compito nostro oggi spiegare a tutti quello che [Tolkien] voleva […]. Prendiamo in mano questa cosa e lavoriamo alle cose seriamente, argomento per argomento, confrontando i testi, lavorando sui libri che aveva letto Tolkien, facendo questo lavoro […] che esprima veramente il suo pensiero. 

Questa parte dell’intervento si sentiva malissimo e ho fatto una gran fatica a trascriverla. Alcune parole non sono riuscita nemmeno a coglierle. Ad ogni modo, seppur con un po’ di difficoltà, da qui apprendiamo che Alliata, in passato, aveva chiesto alla casa editrice Rusconi di fare una revisione e una nuova introduzione a “Il Signore degli Anelli”, ma la proposta è stata respinta.

Quando poi alla traduttrice viene fatta un’altra domanda, su che tipo di revisione farebbe del suo lavoro, considerando che sono passati tanti anni, che adesso in Italia c’è una maggiore familiarità con la lingua inglese e la cultura anglosassone, la risposta è la seguente:

Allora, è una domanda molto giusta, e in effetti corrisponde a quello che io all’epoca, già nel ’96, avevo proposto, e che ho riproposto nuovamente al signor Sergio Giunti, quando l’ho incontrato con Franco Cardini ad aprile […] cioè, visto che aveva detto che voleva trovare un accordo. Io propongo qualcosa di molto diverso che soltanto una revisione. Cioè, la revisione è sbagliata, in realtà non è una revisione: è una edizione ragionata, che possa mantenere il linguaggio arcaico […]. Poi, in effetti, l’endiadi e la dittologia, nel modo in cui l’ho utilizzate io, non facevano mai… non sono mai andata a cercare dei termini astrusi. Ho usato delle formule sintattiche, questo è il concetto, quindi non pescare parole incomprensibili, mai questo […]. Certamente oggi, siccome l’inglese è molto più presente, anche questo si può dire: che cos’è cambiato? Servirà per farci capire quanto [è cambiato] e io voglio fare proprio questo, perché, signori miei, io ho scritto un libro a vent’anni, nel 1970, che si chiamava “InDigest”, in cui prevedevo questo nostro prossimo futuro, che era questo mondo colonizzato dall’american way of life […]. Quindi avevo capito benissimo, dopo due anni negli Stati Uniti, quello che loro ci volevano importare, […] in che modo volevano trasformare la nostra mentalità, non in chiave shakespeariana. Cioè, quello che noi abbiamo assorbito da questo mondo calvinista, utilitarista, eccetera eccetera… tecnologico… questo che abbiamo assorbito non è altro che una perdita delle nostre radici. Quindi questo va detto. E io penso che un’edizione critica debba tener conto di questo – ed è esattamente il contrario di quello che vogliono fare gli altri […].

In un’edizione critica […] vanno dati gli strumenti per potersi muovere in avanti, fondandoci su queste radici profonde che non gelano mai e non sull’aggiornamento, che è quello che vuole fare Bompiani – e che me lo scrive: il suo testo […] lo stiamo revisionando, per adattarlo ai tempi moderni. […] E noi dobbiamo invece offrire delle armi diverse, che sono quelle della conoscenza. La conoscenza è la nostra forza invincibile! È quello che noi abbiamo. […] È quello che ci dice Tolkien, noi abbiamo tutte queste meravigliose saghe, queste storie, questi miti, […] che ci danno il nostro percorso, ci danno la strada, ci danno la strada da seguire. Quindi noi non dobbiamo ridurre, no? Modernizzare e ridurre – noi dobbiamo ampliare. Noi dobbiamo dare di più. Quindi un’edizione [critica] – quella che pensavamo con Franco Cardini, con l’aiuto di tutti i tolkieniani italiani, che abbiamo proposto a Giunti […] – era proprio questo. Aggiungere tutte le conoscenze fino ad oggi acquisite e fare questi riferimenti però alla metafisica, alla nostra cultura, […] adesso abbiamo anche le letture di Tolkien, i suoi studi, la sua vita, eccetera. Quindi dare la possibilità al lettore che vuole comprare solo quello, solo “Il Signore degli Anelli”, […] di immergersi in questa guida spirituale che è questa straordinaria epopea, no?

Il progetto di Alliata è interessante, così come la critica alla cultura moderna, che in parte trovo condivisibile. Tuttavia, ho come l’impressione che il discorso, a questo punto, sia deragliato un po’ troppo. Tornando a Principe, ci sono stati degli ultimi commenti sul suo conto, a cui se ne sono aggiunti altri sul modo in cui è stato considerato il capolavoro di Tolkien in Italia:

[…] Uno che fa un lavoro di satanista sulle opere di Tolkien è uno che deve depistare. Quindi […] si comincia per depistare in questo modo, [poi] si continua dandogli la definizione di “fantasy”. Cioè, “fantasy” vuol dire una cosa inventata, che non ha niente a che vedere con te, esattamente il contrario di quello che voleva lui [Tolkien]. Perché lui ti parla di te e ti dice: guarda che stiamo parlando della tua terra di mezzo, guarda che stiamo parlando dei tuoi antenati, guarda che stiamo parlando dei tuoi modi di affrontare la vita. Quindi non c’è niente di fantasy. “Fantasy” è stato il secondo passo, sempre per disinnescare la miccia. L’ultimo è questo. […]

Anche Alliata dunque, esattamente come Fatica, ritiene che Tolkien non sia fantasy

Proviamo adesso a tirare le fila del discorso. La traduttrice sostiene che la responsabilità dei primi fraintendimenti su Tolkien sia da imputare alle scelte di Principe, che miravano a far allontanare dal testo lettrici e lettori italiani, facendo sentire loro più estranea l’opera. Poi Tolkien è stato etichettato come fantasy, cosa che avrebbe contribuito ulteriormente a non farlo prendere sul serio dalle persone. Infine, ecco arrivare Wu Ming 4, l’AIST, la Bompiani e Fatica che vogliono modernizzare l’opera tolkieniana, seguendo le proprie idee e infischiandosene della volontà dell’Autore.

Che il primo curatore de “Il Signore degli Anelli” avesse idee discutibili è facilmente intuibile: basta cercare su Internet la sua ricostruzione della vicenda editoriale di Tolkien in Italia e si troverà un documento, in formato pdf, nel quale Principe definisce l’opera del Professore “felicemente pagana, lontanissima dalla cultura cristiana e da qualsiasi altra cultura confessionale, celebratrice della qualità innata contro le miserabili valutazioni della morale”. Se Alliata etichetta Principe come “satanista”, è a causa delle affermazioni da lui fatte in una sua più recente intervista. Ad ogni modo, io non saprei dire se Principe sia stato spinto da motivazioni ideologiche. In realtà non ho avuto questa impressione, leggendo la sua ricostruzione dell’arrivo del capolavoro tolkieniano in Italia: Principe critica aspramente l’idea di volersi appropriare de “Il Signore degli Anelli”, sia da parte della cultura cattolica che della destra. Inoltre, precisa: “Tolkien non appartiene ad alcuni se non a sé stesso”.

Come ormai sapete, io possiedo l’edizione de “Il Signore degli Anelli” con la revisione di Principe e le modifiche della STI. Onestamente non vi ho mai percepito alcunché di ideologico. Non so, forse sbaglio io, ma la mia percezione è questa. Quanto all’introduzione di Zolla, confesso di non averla mai letta per intero, poiché mi ha sempre annoiata. Anche se l’avessi letta tutta, però, dubito che ne sarei stata particolarmente influenzata. La lettura di un romanzo è personale, l’introduzione per me può essere uno spunto di riflessione, dopodiché mi faccio un’idea mia. Per questo motivo, ritengo eccessiva l’importanza attribuita, nel bene e nel male, allo scritto di Zolla – quasi fosse capace di catturare tutta l’attenzione di chi legge, plasmandone l’intero giudizio sull’opera di Tolkien

Sull’appartenenza o non appartenenza de “Il Signore degli Anelli” al genere fantasy, credo sia abbastanza chiaro ciò che penso. Forse avrò occasione di riprendere quest’argomento in futuro, chissà. Quanto alla traduzione di Fatica, penso sia necessario fare delle puntualizzazioni. Il testo, di per sé, non ha nulla di ideologico; le criticità che ho rilevato, per quanto mi riguarda, sono tutte di tipo linguistico. Chiarito ciò, la nuova traduzione nasce anche da una motivazione ideologica. E qui si ritorna sulla rimandata questione riguardante Wu Ming 4.

Su una pagina del blog “I Figli di Fëanor”, che ancora una volta mi fa comodo citare perché contiene molte informazioni utili, sono reperibili diversi articoli di Wu Ming 4, con tanto di link. In particolare, quello intitolato “Tolkien in Italia: la strada prosegue ancora”, riporta una mail scritta dallo stesso Wu Ming 4, risalente al 2017 e indirizzata al resto dei membri dell’AIST. Tale mail sintetizza il modo in cui lo studioso, una decina d’anni fa, si è avvicinato a Tolkien. Ecco un passaggio molto eloquente:

L’intento che mi ha sospinto era ed è quello di fare uscire Tolkien dalla palude in cui era rimasto relegato per quarant’anni in Italia e ridargli la dignità che gli spetta nella storia della letteratura e nella percezione comune.

Wu Ming 4 aveva degli obiettivi, condivisi da altre persone che la pensavano come lui. Uno di essi era fondare “un’associazione seria che potesse fornire un marchio di garanzia alle operazioni editoriali e agli eventi su Tolkien”. È evidente che l’AIST nasce a partire da questo presupposto. Altri obiettivi dichiarati di Wu Ming 4 erano i seguenti:

Scalzare dalle rendite di posizione le cariatidi che per decenni avevano inquinato i pozzi associando la poetica di Tolkien a quella dei loro pensatori preferiti con una cinica operazione ideologica. […]

Riaprire la partita delle traduzioni e ritraduzioni. Mettere mano ai “testi sacri” sempre trattati malamente, come fossero prosa di serie B, o perfino mai tradotti.

Nella mail, Wu Ming 4 parla anche di “miseria dei sedicenti studiosi di Tolkien nostrani”. Al termine dell’articolo, risulta chiaro che considera raggiunti gli obiettivi proprio dopo che la nuova traduzione de “Il Signore degli Anelli” è stata affidata a Fatica.

In un altro articolo, intitolato “2010-2020: i dieci anni che hanno cambiato la sorte di Tolkien in Italia”, il socio dell’AIST è ancor più esplicito:

A distanza di dieci anni possiamo dire che il riscatto della Terra di Mezzo si è compiuto, grazie a uno sforzo collettivo che ha coinvolto molte persone. […] In ambito associativo la realtà più attiva e prolifica è l’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, nata nel 2014, che è anche consulente dell’editore italiano di Tolkien, cioè Bompiani. L’evento che chiude simbolicamente questa fase di transizione è il ritiro dalle librerie del Signore degli Anelli nella vecchia traduzione, quella che ha regnato unica e sola per mezzo secolo, coronata dall’introduzione di Elemire Zolla. Dulcis in fundo, i neofascisti di vario ordine e gradazione, abituati per decenni a considerare Tolkien roba loro, oggi assistono scandalizzati a tutto questo, gridano al complotto “neocomunista” o “maoista” (si sa che è sempre colpa dei cinesi) e si lagnano perché sono stati esautorati del loro primato nazionale sull’autore.

Insomma, poche chiacchiere: Tolkien andava tolto ai fascisti, poiché si erano appropriati della sua opera, distorcendo il pensiero originario dell’Autore, e per colpa loro essa era stata privata, perlomeno nel panorama culturale italiano, della dignità che meritava. Sorge quindi spontanea una domanda: davvero Tolkien era in mani fasciste?

Personalmente sento parlare de “Il Signore degli Anelli” dall’inizio degli anni Duemila e mai – mai, per quanto ricordo – ho avuto l’impressione che fosse un’opera controllata da fascisti/e. Certo, mi sono avvicinata al fandom molto più in là; prima avevo una conoscenza ben più superficiale del libro e di tutto ciò che vi girava intorno. Ad ogni modo, posso assicurarvi che, per la mia esperienza, ideologia e politica non sono il primo pensiero di chi esprime il proprio amore per “Il Signore degli Anelli”. C’è stata una strumentalizzazione da parte di un gruppo di giovani di estrema destra, negli anni Settanta? Be’, ormai non c’è più – ripeto, non nel fandom. Esisteranno dei casi qua e là, ma in generale le cose importanti sono altre. Se poi, a livello di studi tolkieniani, esistesse un’egemonia di interpretazioni di stampo fascista, non sono in grado di dirlo. Non ho le conoscenze adeguate – e certo non bastano qualche articolo e un paio di interviste per ricostruire la storia di Tolkien in Italia.

Ora, io ho già messo in chiaro che non trovo giusto ridurre l’AIST al pensiero di Wu Ming 4, poiché qui si sta parlando di un’associazione, che si presume annoveri una pluralità d’individui e d’idee. Non credo che far ritradurre “Il Signore degli Anelli” sia qualcosa che è passato soltanto per la testa di Wu Ming 4: potrebbero benissimo averci pensato altri membri dell’AIST oltre a lui, per motivi puramente linguistici. Tuttavia, il suo ruolo in questa faccenda non può essere ignorato – e una cosa è certa: a giudicare da ciò che scrive, si è sentito investito di una sorta di mission, il cui scopo era liberare Tolkien dalle manipolazioni fasciste. L’esigenza di avere una nuova traduzione de “Il Signore degli Anelli” è parte di quella mission

Se Wu Ming 4 consideri la vecchia traduzione ideologica di per sé, proprio a livello di contenuto, o se la veda semplicemente come un simbolo per “i neofascisti di vario ordine e gradazione, abituati per decenni a considerare Tolkien roba loro”, questo non lo so. A conti fatti, mi sembra irrilevante. Ciò che è rilevante, per l’appunto, è che un socio di punta dell’AIST sia sempre stato spinto da motivazioni ideologiche. Questo non significa che tutto ciò che lui ha portato avanti in ambito tolkieniano sia sbagliato, però dovrebbe quantomeno spingerci a riflettere. A maggior ragione se sappiamo che si sono verificate situazioni spiacevoli, come quella raccontata da Gabriele Marconi in un suo articolo di un paio d’anni fa (vi metto il link qui), che vede Wu Ming 4 contrapporsi a una recente interpretazione, da lui giudicata “cattofascista”, dell’opera tolkieniana.

Quanto alla primissima traduzione di Alliata, quella edita da Astrolabio e senza le modifiche di Principe, non l’ho mai letta. Due blog hanno reso disponibili rispettivamente la quarta di copertina e il primo capitolo del libro (scaricabile). Vi consiglio di darci un’occhiata; io stessa voglio leggere con calma e per intero il capitolo, ma intanto ho già imparato qualcosina (per esempio, il fatto che il cognome hobbit “Boffin”, contrariamente a quanto avevo supposto nella terza parte di questo articolo, era stato reso da Alliata con “Boffa”, perciò anche qui Principe ha preferito intervenire e riportarlo alla forma originale). Escludo, ad ogni buon conto, che Alliata avesse mire ideologiche sul testo tolkieniano. Innanzitutto perché, al di là del fatto che non concordo con lei su varie cose e non condivido certi suoi toni, le riconosco di aver sempre messo in chiaro che ha tentato di seguire le indicazioni di Tolkien – cosa di cui non dubito. In secondo luogo… be’, non vedo che ci potesse guadagnare una traduttrice giovanissima, distorcendo l’opera di uno scrittore allora sconosciuto a lei e al resto d’Italia. Ad ogni modo, per chiunque volesse saperne di più sulle opinioni di Alliata, su Internet si trovano altri suoi interventi: quello fatto durante un convegno all’Università di Macerata, tenutosi l’anno scorso, e la più recente intervista rilasciata su “La Voce di Arda”. L’intervista, in particolare, è lunghissima, ma l’audio è molto buono e soprattutto vengono affrontati tanti argomenti, perciò ve la consiglio caldamente. C’è comunque da dire che varie cose dette in quell’occasione da Alliata sono già emerse durante il Raduno di San Marino. 

 

  • Era necessaria una nuova traduzione?

Più di un articolo dell’AIST sottolinea il valore della nuova traduzione, anche alla luce dell’interesse che essa ha risvegliato per la versione originale del capolavoro di Tolkien. Che la riscoperta dell’originale sia una cosa positiva è indubbio, ma l’AIST sorvola sul fatto che diverse persone hanno deciso di leggere Tolkien in inglese perché non hanno apprezzato la nuova traduzione. Come ho già detto e ripeterò fino allo sfinimento, una traduzione deve funzionare nella lingua d’arrivo, al di là di qualsiasi confronto con la lingua di partenza. Se il meglio che un traduttore riesce a ottenere è che chi lo legge mandi al diavolo la sua opera per “rifugiarsi” nell’originale… be’, allora concedetemi di dire che il traduttore ha fallito. Peraltro, l’originale non è alla portata di tutti – e anche questo non mi stancherò mai di ripeterlo. Ci sono persone per cui godere della lettura di Tolkien in inglese semplicemente non è possibile. Ecco perché tradurre è fondamentale: in tal modo, il testo diventa alla portata di tutti, idealmente parlando. Poi ci sarà sempre chi non lo apprezzerà o non lo leggerà, ma ciò dovrebbe dipendere da gusti e scelte personali, non da una traduzione discutibile. Certo, è ancora presto per stabilire se la nuova traduzione, a livello generale, possa considerarsi apprezzata dal pubblico italiano. Occorrerà aspettare ancora del tempo. Intanto, però, concedetemi di dire la mia su un ultimo aspetto già affrontato da altre persone: la necessità della nuova traduzione.

La riposta offerta in merito dall’AIST e da chi ne condivide molte posizioni – e qui mi viene in mente, ad esempio, eowynscudieradirohan, un’assidua frequentatrice del mio blog – è che una nuova traduzione fosse necessaria perché “Il Signore degli Anelli” è un classico e i classici, da che mondo è mondo, vengono ritradotti. All’inizio anch’io avevo abbracciato questa prospettiva, del tutto acriticamente. Poi mi sono fatta due domande.

Che “Il Signore degli Anelli” sia un classico non è assolutamente in discussione, almeno per quanto mi riguarda. Il punto è che qui è stato tralasciato un dettaglio piuttosto rilevante: le traduzioni non sono eterne. I diritti scadono, i contratti vanno rinnovati. Se così non fosse, se i diritti fossero eterni, a quest’ora ci sarebbero molte meno ritraduzioni in giro. Nemmeno le opere originali stesse restano per sempre proprietà di chi le ha create, perlomeno a livello di commercializzazione e pubblicazione: passato un certo numero di anni dalla morte dell’Autore o dell’Autrice, qualsiasi casa editrice può diffonderne i testi. I tempi possono allungarsi considerevolmente se ci sono eredi; nel caso di Tolkien, per esempio, credo che ancora non si ponga il problema della scadenza, considerando che esiste la Tolkien Estate” e che fino all’anno scorso era ancora vivo Christopher.

Tornando ai classici, che dire? Credo bene che di solito hanno tante traduzioni, se coloro che li hanno scritti non calpestano più da un pezzo questa Terra! È ovvio: tante case editrici hanno voluto stampare quei testi e ciascuna ha affidato la traduzione a una persona diversa. Ritradurre è quindi un’esigenza fondamentalmente economica. Poi, che possa essere un’ottima occasione da un punto di vista culturale, non lo metto in dubbio. Però cerchiamo di non dimenticare l’esistenza di tutto il resto. 

Cos’abbia guidato la Bompiani nella scelta di ritradurre “Il Signore degli Anelli” non mi è del tutto chiaro, specie se consideriamo che per anni non sembra esserci stato alcun desiderio di alterare lo status quo: la versione italiana del libro è stata ristampata così com’era, sempre con la traduzione di Alliata, la revisione di Principe e le modifiche della STI, con tanto di introduzione di Zolla. Onestamente, dato che c’era già un contratto della Bompiani con Alliata (poi scaduto, l’ha spiegato lei stessa nella sua lettera aperta, di cui avevo già messo il link all’inizio della seconda parte di questo articolo), se io avessi lavorato presso la casa editrice, il primo pensiero sarebbe stato quello di far rivedere a lei la sua traduzione. Coinvolgere Alliata sarebbe stato un vantaggio, poiché conosceva già l’opera, aveva espresso il desiderio di riprendere in mano il lavoro fatto in passato e aveva avuto una qualche forma di contatto con Tolkien. Inoltre, considerando che una buona parte dei nomi tradotti era opera sua, i cambiamenti nella nomenclatura sarebbero stati minori; avrebbero causato meno discrepanze con l’adattamento della trilogia cinematografica e meno reazioni all’interno del fandom. Intendiamoci, sono la prima a pensare che accontentare il fandom non debba essere una priorità, ma considerando che quello di Tolkien è enorme e ha avuto un certo ruolo nella diffusione dell’opera… be’, un po’ d’attenzione in più non avrebbe guastato.

È probabile che la Bompiani contasse di mantenere sul mercato entrambe le traduzioni, sia la vecchia che la nuova. Tuttavia continuo a non capire il disinteresse, almeno apparente, che c’è stato verso “Il Signore degli Anelli” in tutti questi anni. So che adesso sto facendo una semplificazione, quindi non consideratelo un mio giudizio definitivo sulla questione, ma sembra quasi che alla Bompiani qualcuno si sia svegliato la mattina e abbia deciso di far ritradurre Tolkien daccapo, senza curarsi di chi avesse tradotto quest’Autore in precedenza e ignorando la possibile reazione del fandom, come anche del pubblico in generale.

Non ci sarebbe nulla di strano, peraltro, in un traduttore che rivede la propria traduzione a distanza di anni. Anche Cesare Pavese l’ha fatto con “Moby Dick”. E vorrei sottolineare che due capolavori della letteratura fantastica, “Le Cronache di Narnia” di C.S. Lewis e “La storia infinita” di Michael Ende, non sono mai stati ritradotti. L’opera di Lewis ha subìto solo una revisione, se non sbaglio in occasione dell’uscita del volume unico, che include tutti e sette i libri delle “Cronache” più un saggio dell’Autore in appendice. L’opera di Ende ha la stessa traduzione italiana da quasi quarant’anni.

Tutto questo per dire che una nuova traduzione de “Il Signore degli Anelli” non era una vera necessità. È stata una scelta e, come tale, ha i suoi pro e i suoi contro, può essere condivisa o meno. Fingendo per un attimo che l’aspetto economico non esista, penso che solo due siano i casi che rendono davvero necessaria la ritraduzione di un’opera. Il primo caso è l’esistenza di una traduzione esistente mal fatta – ma veramente mal fatta, non come nel caso de “Il Signore degli Anelli”, la cui vecchia versione, al di là dei suoi difetti, mi sembra funzionare bene. Il secondo caso è un eccessivo distacco tra l’evoluzione della lingua di partenza e l’evoluzione della lingua d’arrivo. Per intenderci, se dopo venti, trenta o cinquant’anni l’italiano è cambiato molto di più rispetto all’inglese, allora il testo originale risulta più attuale dal punto di vista del linguaggio, mentre il testo tradotto può essere un po’ obsoleto (sempre linguisticamente parlando), dunque una ritraduzione sarebbe necessaria. È anche vero, però, che in questo secondo caso potrebbe essere accettabile anche una semplice revisione della traduzione esistente.

Capisco che un gruppo di studiosi/e – al di là di Wu Ming 4 e dalle sue motivazioni ideologiche – possa aver sentito l’esigenza di ritradurre “Il Signore degli Anelli”, ma si tratta pur sempre di un interesse circoscritto a poche persone. Molte altre non avvertivano alcuna necessità, anche perché c’è chi vuole leggere Tolkien… e basta. Nel senso che non pensa di mettersi a studiare l’Autore e l’opera, magari vuole solo godersi della buona letteratura. E non c’è niente di male in tutto questo. Eppure, sembra quasi che la nuova traduzione voglia scoraggiare questo tipo di lettore, trasformando l’opera di Tolkien in qualcosa che riguarda un gruppo ristretto, che sta lì a studiare il termine astruso, che considera l’aderenza pedissequa alla struttura originale più importante della buona riuscita del testo in italiano, che mette in secondo piano la sospensione dell’incredulità di chi legge. E che, per quello che ne so, neppure riesce a dare specifiche risposte sull’approccio del nuovo traduttore: in base a che cosa Fatica ha deciso quando seguire le indicazioni sulla nomenclatura e quando no? Perché ha usato arcaismi e regionalismi laddove sono assenti nell’originale, rendendo il testo italiano meno comprensibile? Qual è il tipo di pubblico, il target, a cui conta di rivolgersi? Nemmeno Fatica in persona, finora, ha dato delle risposte a queste domande. Se poi durante il recente convegno a Trento ne è emersa qualcuna, allora ditemelo, e sarò più che felice di conoscerla.

Da un punto di vista culturale, una nuova traduzione è indubbiamente una ricchezza in più, perfino una problematica come quella di Fatica. Però, lo ribadisco, non tutti aspirano ad approfondire la figura e il lavoro di Tolkien, non tutti hanno interessi linguistici, non tutti sono intellettuali. Ecco perché ritradurre non era un imperativo. E poi, considerando i risultati ottenuti, penso che il gioco non sia valso la candela.

Un’ultima parola sulla questione riguardante Wu Ming 4. Io non so quale fosse la concezione di Tolkien a livello accademico; per questo motivo, non sono in grado di stabilire se il percorso intrapreso dal socio dell’AIST fosse giustificabile nell’ambiente delle élites culturali, se davvero esistesse questa predominante lettura di estrema destra che andava “smontata”. Se anche così fosse, tuttavia, non trovo giusto brandire la traduzione come un’arma e mischiare ideologia e letteratura. Se il problema erano le interpretazioni fasciste dei “sedicenti studiosi di Tolkien nostrani”, bastava confutarle scrivendo saggi e articoli che ne evidenziassero i limiti, promuovendo nel frattempo la diffusione di quegli studi su Tolkien che hanno basi solide, la cui importanza è riconosciuta a livello internazionale. Tutte cose, queste, che l’AIST e lo stesso Wu Ming 4 non hanno esitato a fare. Inoltre, come ho già detto, nel fandom le cose sembrano funzionare molto diversamente. Non si sentiva il bisogno di una specie di paladino che si ergesse a liberatore dell’opera di Tolkien – e soprattutto, non così. Non trasformando la faccenda della traduzione in una sorta di terreno di conquista.

 

  • Conclusioni

Circa un anno fa, nell’intervista rilasciata a “Il Venerdì”, Ottavio Fatica affermava:

Vorrei che un fan tolkieniano iperfazioso, che difende il suo vecchio orsacchiotto di peluche, legga questa mia versione e si dica: si capisce, è ben tradotta, il libro scorre.

Premettendo che non mi reputo una “tolkieniana iperfaziosa” e non ho alcun “orsacchiotto di peluche”, devo comunque deluderla, signor Fatica: no, la sua versione non scorre. La lettura è costellata d’inciampi, la sensazione che ho provato più di frequente è il fastidio. Ci sono pezzi che sembrano essere stati scritti da due autori diversi (i paragrafi che contengono le descrizioni di Elrond e di Arwen stonano molto con quelli che li precedono); termini, o giustapposizioni di termini, stridenti (“cotica”, “manducare il meglio fieno”°°); innalzamenti e abbassamenti di registro che appaiono fuori luogo (gli Hobbit che stanno “paventando il discorso postprandiale”, i discorsi di Gollum che Gandalf dice di essersi “sciroppati”, Elrond che ammonisce Boromir dicendogli “vacci piano con quel corno”°°). Per tacere delle espressioni che suonano forzate in lingua italiana e del problema che ogni tanto si crea con l’assenza del soggetto nelle frasi. Questa sarebbe la traduzione finalmente all’altezza dell’opera di Tolkien? Mi spiace, ma no. Non solo risulta poco efficace in lingua italiana, cosa che di per sé è sufficientemente problematica; se si fa il confronto col testo originale, le perplessità aumentano.

Un traduttore è, o perlomeno dovrebbe provare a essere, a servizio del pubblico. È chiaro che non potrà mai accontentare tutti, ma qui mi pare che siamo all’opposto: la versione di Fatica sembra una traduzione realizzata più che altro come esercizio di stile, senza tenere in grande considerazione chi legge. E non credo che ciò renda particolare giustizia al capolavoro tolkieniano.

Vogliamo parlare poi di quello che Fatica dice nelle varie conferenze e interviste? Ne abbiamo avuto diversi esempi. Prima sostiene che Tolkien sia incoerente sui nomi (a Parma), poi lo descrive come uno scrittore coerente (a Modena). Fa critiche pretestuose e alimenta pregiudizi verso il fandom tolkieniano. Io posso solo augurarmi che cambi atteggiamento, perché certe sue uscite sono davvero irritanti. Inoltre, gradirei tanto che l’AIST smettesse di ripetere che nella vecchia traduzione non c’erano i cambi di registro e che solo grazie a Fatica abbiamo potuto scoprirli in italiano… ma qualcosa mi dice che non succederà e che i membri dell’associazione porteranno avanti il tipo di narrazione che fa più comodo a loro. Spero che la gente non prenda per oro colato ciò che dicono… perché io l’ho fatto, e si son visti i risultati.

Concludo il mio articolo con una spiegazione della scelta del titolo. Perché ritengo che ci sia molto da imparare da alcuni personaggi di Tolkien? Semplice, perché una delle tante cose che il Professore ci ha insegnato è l’importanza dell’umiltà. Personaggi eroici come Faramir, Frodo, e persino Gandalf, che è un Maia e in teoria potrebbe far pesare agli altri la propria grandezza, cercano di mantenersi sempre umili, di tenere in conto i propri limiti, di non cedere a determinate trappole causate dall’orgoglio e dall’arroganza. A mio parere, è da personaggi del genere che dovremmo prendere esempio. In questa faccenda della nuova traduzione, se c’è una cosa che è mancata sin dal principio, è stata proprio l’umiltà: quella di approcciarsi a un grande Autore senza proclami, schieramenti, sbandieramenti, propagande e rivendicazioni varie, da un lato e dall’altro, che hanno generato aspettative poi naufragate e prodotto più danni che effetti positivi.

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°°citazioni tratte da “La Compagnia dell’Anello”, J.R.R. Tolkien, traduzione di Ottavio Fatica, Bompiani, 2019. Per altre citazioni in italiano è specificata la provenienza nell’articolo.

Le citazioni in inglese provengono da “The Lord of the Rings”, J.R.R. Tolkien, Houghton Mifflin Harcourt, 2004, salvo laddove diversamente indicato. L’edizione è quella americana, corredata da una nota introduttiva di Wayne Hammond e Christina Scull, studiosi e biografi di Tolkien.

Al termine della stesura di quest’articolo, voglio menzionare quelle persone i cui contributi mi sono stati più utili nel corso questa lunga avventura. Non ho mai interagito direttamente con loro, ma ho avuto occasione di leggerne gli interventi su Internet e mi sembra giusto sottolinearlo. Ringrazio quindi Luca De Angelis, appassionato tolkieniano, per le osservazioni critiche sulla traduzione di “eleventy-first” con “undicentesimo”, e Greta Bertani, traduttrice, per la puntualizzazione su una delle tante differenze tra l’inglese e l’italiano – ovvero il fatto che la prima è una lingua agglutinante e la seconda no.

Ringrazio poi i Figli di Fëanor (non conosco i loro nomi, mantengono l’anonimato come me!), con cui ho interagito sull’omonimo blog, per tutti i link che finora hanno messo a disposizione, nonché per avermi permesso di scoprire che Pavese ha effettuato una revisione della propria traduzione di “Moby Dick”.

Per quanto riguarda altre critiche e osservazioni generali sulla traduzione di Fatica, mi permetto di consigliarvi questi testi online:

  1. “L’arte della Traduzione”, di Davide Gorga. Trattazione sintetica, le cui conclusioni risultano piuttosto drastiche, ma che in buona parte condivido.
  2. “A proposito di una recente traduzione del Signore degli Anelli, di Marcantonio Savelli. Analisi più lunga, con maggiori paragoni fra la versione originale e le due traduzioni italiane. Ovviamente ci sono considerazioni soggettive, ma ho riscontrato varie rilevazioni interessanti nel confronto tra il testo di Tolkien, quello di Alliata e quello di Fatica. Segnalo però la presenza di un errore: la trascrizione sbagliata di “Farfaraccio”.
  3. “Un confronto tra le traduzioni italiane del Signore degli Anelli”, di Adriano Bernasconi. Analisi abbastanza corposa e dettagliata, contiene tanti esempi interessanti di confronto tra la versione originale de “Il Signore degli Anelli” e le due traduzioni. L’unico neo è la critica alla traduzione di “Mount Doom”, che è sbagliata perché Fatica ha scelto “Monte Fato”, esattamente come Alliata. A dirla tutta, poi, non condivido alcune puntigliosità sull’analisi della struttura dei periodi o sulle ripetizioni (l’inglese è una lingua che ammette più ripetizioni rispetto all’italiano, quindi non credo sia molto opportuno fare paragoni in questo senso); però l’articolo è molto interessante, anche perché vengono presi in esame alcuni versi di poesie tolkieniane. Inoltre, concordo totalmente con le conclusioni.

Consiglio poi la pagina Facebook di Costanza Bonelli, traduttrice e grande appassionata di Tolkien che ho già menzionato più volte. Non penso che avrete difficoltà a trovare tutti i suoi post sulla nuova traduzione.

Infine, avrete notato che io non ho mai neanche sfiorato la questione delle poesie di Tolkien. Questo perché non ho competenze in merito, perciò ho escluso subito l’idea di analizzare qualsiasi testo poetico nel mio articolo. Ad ogni modo, per chi non le conosca ancora, consiglio le ottime analisi di “Kelopoeta”, riguardanti alcune poesie e le loro traduzioni (non mi vergogno a dire che la sua versione dell’antica canzone del cammino di Bilbo, per me, è più bella sia di quella di Alliata e sia di quella di Fatica!), nonché l’eccellente commento di Sara Rebora sulla versione originale della Poesia dell’Anello.

21 pensieri riguardo “La nuova traduzione de “La Compagnia dell’Anello”, o del perché c’è molto da imparare da alcuni personaggi di Tolkien (quarta parte)

  1. Non posso esprimermi sulla nuova traduzione perché non ho avuto modo di leggerla. In queste ultime settimane, però, riflettevo proprio su questa spaccatura che si sta creando fra i tolkieniani italiani…e mi sono chiesto se – provocatoriamente – queste «energie» spese per litigare gli uni contro gli altri non potessero essere indirizzate a un obiettivo condiviso, come, per esempio, avere finalmente tutta la History tradotta in italiano. Ti chiedo scusa se questa mia riflessione non è del tutto pertinente rispetto alla tua approfondita analisi, tuttavia mi piacerebbe che si andasse oltre questo stato di conflittualità. Personalmente, allo stato attuale, preferisco leggere nuovi testi piuttosto che la traduzione di quelli che già conosco…e un domani, impegni permettendo, mi piacerebbe potermi dedicare al testo originale, così da farmi un’idea diretta e precisa di quanto voleva comunicare l’autore.

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    1. Non scusarti, capisco perfettamente come ti senti. La situazione purtroppo non è bella – e la colpa non è del fandom, malgrado ci siano fan che hanno palesemente esacerbato il conflitto. Il problema sta a monte, la responsabilità è di coloro che continuano a mescolare la letteratura con l’ideologia, la politica e via discorrendo, creando un clima divisivo in cui “o sei con noi, o sei contro di noi”.

      Per quanto riguarda la traduzione in sé, ovviamente ti sconsiglio di acquistarla. Personalmente non compro mai due traduzioni dello stesso libro, poiché il mio interesse primario è immergermi nella lettura. Sono una lettrice, non una studiosa. Di norma non sto lì a fare confronti fra traduzioni e tutto il resto. Magari nella mia vita ho letto varie traduzioni “infedeli” e neppure lo so, chi lo sa. Ma questo è inevitabile, se si ha l’abitudine di leggere nella propria lingua madre.
      Tutto questo per dire che solo una pubblicità come quella che è stata fatta alla traduzione di Fatica poteva spingermi ad acquistare un libro che avevo già. Una pubblicità che, sin dall’inizio, ha fatto passare la vecchia versione italiana come inadeguata e infedele, portandomi a pensare di aver letto una traduzione de “Il Signore degli Anelli” abbastanza mediocre, cosa alla quale avrei dovuto “rimediare”. Sono stata ingenua, credulona? Molto probabile. Ma come potevo aspettarmi un risultato simile? Che ne sapevo di tutte le beghe tra intellettuali e schieramenti vari? Che ne sapevo di Wu Ming 4 e delle sue mire ideologiche? Mi fidavo della competenza di un traduttore rinomato e di un’associazione che ha lo scopo di studiare le opere di Tolkien, tutto qui.

      P.S. La lettura del testo originale è un’ottima cosa! Appoggio totalmente il tuo proposito 🙂

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      1. Le pubblicità, purtroppo, hanno lo scopo di rendere il prodotto che reclamizzano il migliore che esista, al di là che questa valutazione sia corretta o meno. Non ricordo se ho già avuto modo di parlarne, ma quando nel 2000 il film «Titanic» arrivò sul piccolo schermo, Mediaset lo presentò com un’opera che raccontava «la più grande tragedia dell’umanità». Non credo servano aggiungere altre parole a commento…e lo dice uno che ha apprezzato davvero tanto il film.

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      2. È vero, la pubblicità è per sua natura un po’ “ingannevole”, se così si può dire. Nel caso della nuova traduzione, mi sono lasciata fuorviare dal fatto che una certa narrazione sia stata portata avanti da un’associazione tolkieniana, in cui, ingenuamente, riponevo la mia totale fiducia. Insomma, non mi aspettavo tanta parzialità da parte di persone che studiano l’opera di Tolkien e cercano di promuoverne la diffusione.

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  2. Bellissimo articolo e incredibilmente interessante; non è così comune trovare dei lavori così approfonditi e curati, con tanto di fonti e citazioni. Come Domenico, anche io non posso esprimermi sulla nuova traduzione perché non l’ho letta; in più ho chiesto a mio fratello, per Natale, di regalarmi il libro in inglese per poterlo finalmente leggere in lingua originale (so che non sarà facile, ma ho una buona conoscenza dell’inglese e voglio provarci).
    Hai sollevato tantissime questioni. L’intervento dell’Alliata sembra molto feroce, ma d’altra parte comprendo la sua delusione e la sua amarezza nel vedere trascinato nel fango un lavoro sul quale ha dedicato tanta passione e tanto impegno in un momento in cui, al mondo, non importava granché dell’opera di Tolkien (ci saranno stati sicuramente i suoi estimatori, ma è innegabile che sia diventato davvero celebre dopo l’uscita dei film).
    In più, da quello che scrivi, non riesco a non trovare Farina e Wu Ming 4 in malafede: più leggevo e più mi sembrava di vedere essenzialmente il movente ideologico che hai giustamente sottolineato. Purtroppo la politica, la lotta ideologica, ha la brutta tendenza di entrare di prepotenza anche in discorsi che dovrebbero restarne immuni; non so nulla dei rapporti tra l’estrema destra e Il Signore degli Anelli, ma condivido l’osservazione secondo cui l’opera di Tolkien è superiore a queste diatribe per parlare invece di qualcosa di molto più profondo e intimo.

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    1. Ciao, Daniele, sono felice di trovarti qui 🙂 Per l’analisi ho fatto del mio meglio, perché ritengo che citare le fonti sia fondamentale – anche a costo di scrivere articoli chilometrici!
      Per quanto riguarda Fatica, non saprei dire con certezza quali fossero i suoi intenti. La mia sensazione è che criticare il lavoro altrui fino al punto di sminuirlo sia una sua abitudine e che l’ideologia non c’entri: anni fa ha avuto da ridire sul lavoro di Cesare Pavese, poi su quello di Alliata, ora addirittura su quello di Tolkien stesso. Per carità, criticare è legittimo, ma talvolta le affermazioni di Fatica suonano davvero pretestuose.
      L’ideologia è sicuramente alla base di molte azioni di Wu Ming 4 e ritengo che, in ultima analisi, abbia danneggiato Tolkien, perlomeno in questi ultimi tempi. Poi non metto in dubbio che questo studioso abbia potuto fare delle cose utili nel panorama degli studi tolkieniani, ma usare la traduzione come arma non è tra quelle.
      “… non so nulla dei rapporti tra l’estrema destra e Il Signore degli Anelli”: ecco, vedi, non sei l’unico appassionato all’oscuro di certe cose. Perché al fandom, come ho detto nell’articolo, in genere la questione ideologica non interessa. E giustamente, direi.

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  3. Ho iniziato la lettura di questo tuo articolo ridacchiando per le scelte di traduzione bizzarre che sottolineavi (come il “mettercisi d’impegno” per gettare l’Anello nel fuoco… M’immagino dentro la Voragine del Monte Fato Sam che grida “Gettatelo, mettetecivi d’impegno!” e rido!), ma poi sono rimasto sopraffatto da un grande senso di amarezza per tutta la questione delle dispute ideologiche e dei ben più banali litigi fra persone.

    Apprezzo comunque che tu, come di consueto, abbia esposto il tutto con una grande oggettività, dandomi la possibilità di vedere che anche Alliata muova attacchi talvolta esagerati o fuori luogo. Non che non abbia delle ragioni per l’astio che palesemente prova (l’atteggiamento di Fatica da solo lo giustificherebbe), ma concordo con te nel dire che nessuno è stato umile, neanche lei.

    Alla fine, è una vicenda davvero triste. Tanto fracasso e tanti litigi per nulla.

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    1. Per nulla nel senso che la nuova traduzione, dagli esempi che hai fornito, non mi pare all’altezza, non tanto della precedente, quanto dell’originale. E questa è la sua pecca più grande, al di là di tutte le diatribe e i commenti sarcastici. Un gran peccato.

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      1. Ciao, Evgenij, scusa se ti rispondo solo adesso. Comprendo e condivido la tua amarezza – e ti ringrazio per aver detto che ho una grande oggettività. In realtà non mi ritengo così oggettiva, poiché credo che sia impossibile. Ho solo fatto del mio meglio per ascoltare entrambe le campane. Non sono dalla parte di nessuno, se non da quella di chi legge Tolkien con amore e con interesse sincero.

        Riguardo alla traduzione, che dire? C’è gente a cui piace, ma personalmente non riesco a ignorare la discrepanza che ho percepito tra ciò che ci è stato promesso e ciò che il testo si è rivelato essere. D’altra parte, però, se ci sono persone che hanno gradito la lettura, a loro cosa posso dire? Forse io avevo aspettative troppo alte…

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  4. Ciao Elle! Vedendo che mi hai citato, mi sento un po’ chiamata in causa, nel senso che non posso non commentare (purtroppo, sono fatta così e ormai non cambierò). Per quanto riguarda la necessità di una nuova traduzione, potrei scrivere a lungo, ma credo che in questo caso basta solo una piccola citazione – le parole di Tolkien stesso: “lo sforzo per tradurre o per migliorare una traduzione ha valore non tanto per la versione che produce, quanto piuttosto per la comprensione dell’originale che risveglia” (J.R.R.Tolkien, Tradurre Beowulf, in Il Medioevo e il Fantastico).
    Noto con dispiacere che, anche se cerchi di essere oggettiva, citi sempre una campana (forse senza accorgertene), trascurando la maggior parte di ciò che è stato detto e scritto dall’altra parte di questo conflitto inutile e dannoso. Ci sono solo delle citazioni da un articolo di Wu Ming 4, ma neanche quello è citato direttamente, ma tramite il canale di un altro blog (che sostiene la tua posizione). Mi dispiace vederlo perché non mi sembra né corretto, né oggettivo.
    Grazie per le citazioni così lunghe dell’intervento di Alliata a San Marino. La qualità dell’audio è abbastanza scarsa a tratti, quindi facevo fatica a seguirla, ma adesso vedo che l’ho capita correttamente.

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    1. Non ho mai detto di essere completamente oggettiva, mai. Ho precisato più di una volta che l’oggettività totale è impossibile da raggiungere. A questo punto, mi vedo costretta a riportare un piccolo estratto della prima parte di quest’articolo:
      “Ho fatto del mio meglio per offrirvi un quadro chiaro e oggettivo della situazione, per quanto inevitabilmente influenzato dalla mia soggettività… perché, a conti fatti, non bisogna dimenticare che la lettura di un libro è sempre un’esperienza soggettiva. Quindi l’oggettività totale, in questo come in altri casi, è irraggiungibile”.
      È un discorso che può valere benissimo anche per questioni che esulano dalla lettura di un libro.

      Tu sostieni che cito solo una campana. Perché? Perché, invece di mettere il link al blog su cui scrive Wu Ming 4, ho messo il link al blog dei Figli di Feanor – coi quali, peraltro, ho specificato all’inizio di questa quarta parte di non essere d’accordo sempre? Innanzitutto, degli articoli di Wu Ming 4 ho riportato i titoli precisi; si può fare copia-incolla su Google e sarà facilissimo arrivare alla fonte, per chiunque diffidi dei Figli di Feanor. Se io ho messo il link alla loro pagina “Premesse errate”, è stato per comodità, poiché lì sono disponibili più link di articoli di Wu Ming 4 in una volta. Non solo, ma chiunque voglia spaziare troverà anche link a vari articoli di “Cercatori di Atlantide”, dell’AIST e di altri siti che hanno parlato della nuova traduzione, nel bene o nel male. La pagina è utile proprio per i link che contiene, al di là dei commenti dei Figli di Feanor, che comunque restano distinti da tutto il resto (e possono benissimo essere contestati).

      Ma forse ti riferisci a ciò che è successo a Bologna due anni fa. Ebbene, se è così, avresti potuto specificarlo e fornirmi tu un’altra fonte che a me è sfuggita. Non escludo affatto che ci siano altre fonti. Ho messo il link all’articolo di Gabriele Marconi perché mi è parso molto equilibrato, ma magari ho sbagliato. Sono poco informata sulla vicenda, e lo ammetto. Se ne sai di più, dimmi pure. Io sono qua.

      Tornando a Wu Ming 4… perdonami, ma cosa sarebbe cambiato se avessi messo i link direttamente ai suoi due articoli? Le citazioni che ho preso vengono da lì. Laddove ho omesso qualcosa perché non lo ritenevo importante, ci sono i tre puntini entro parentesi quadre, perciò chi legge sa che c’è l’omissione. Per inciso, io quei due articoli di Wu Ming 4 li ho letti per intero, perché io cerco di non fare le cose a metà. E certo non me li hanno consigliati i Figli di Feanor – anche perché, ricontrollando, mi sono accorta che dell’articolo “2010-2020: i dieci anni che hanno cambiato la sorte di Tolkien in Italia” loro non hanno neppure messo il link. Posso modificare il mio articolo e inserire qui quel link, ma te lo ripeto: cosa cambierebbe? Le citazioni che ho riportato sono forse sbagliate, sono fuorvianti? Puoi dimostrarmi che Wu Ming 4 non aveva motivazioni ideologiche? A me ciò che lui scrive sembra molto chiaro e non equivocabile. Io ho detto chiaramente che non considero il suo pensiero equivalente a quello dell’intera AIST, proprio perché do per scontato che questa associazione annoveri individui diversi con idee diverse; ma resta il fatto che Wu Ming 4 è un socio importante dell’AIST, perciò il suo pensiero e il suo ruolo in questa storia non possono essere ignorati. O forse per te ciò che lui ha scritto è irrilevante?

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      1. Ho scritto un commento lunghissimo cercando di rispondere tutte le tue domande, ma poi mi sono resa conto che non mi importa. Qualsiasi cosa che scrivo non ti farà cambiare l’idea. La nuova traduzione comunque ti ha fatto leggere il libro di Tolkien in originale (e spero che non ti sei fermata con la prima parte), ti ha fatto riflettere sul suo stile, vocabolario, sintassi, motivazioni dietro i nomi che l’autore scelse per i suoi personaggi. E hai scritto quattro post lunghi su queste riflessioni. Sai che cosa significa? Che Fatica il suo lavoro l’ha fatto bene.

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      2. Perdonami, ma non ti capisco.
        Prima insinui che il mio comportamento non sia stato corretto e che io abbia citato solo una campana; quando però ti chiedo di preciso COSA ho sbagliato (non ho messo i link direttamente al sito di Wu Ming, pur riportando citazioni sue? Non ho abbastanza fonti sulla situazione verificatasi a Bologna due anni fa?), non entri nel merito. Che cosa, di preciso, non ti torna di quello che ho scritto? Lo chiedo con genuino interesse, anche perché, se permetti, non trovo giusto che si metta in dubbio il mio senso di correttezza senza che venga chiarito cosa abbia originato questo dubbio.
        No, cambiare idea non mi farai, ma che importa? È quello ciò che conta? Possiamo benissimo avere opinioni diverse sulla riuscita (o non riuscita) della nuova traduzione, ma questo non ci toglie la possibilità di confrontarci su alcuni aspetti specifici della questione. Se poi a te non va, pace. Non ti obbligo di certo. Pensavo solo che sarebbe stato utile, anche perché i tuoi commenti, qua dentro, sono sempre stati bene accetti. E lo sai.

        Riguardo a ciò che dici nell’ultima parte di questo tuo commento, mi vedo costretta a ripetere cose che ho già detto. Questa traduzione ci è stata presentata come finalmente all’altezza dell’opera originale. Visto che Tolkien in originale viene letto da moltissima gente, indipendentemente dall’età, dal sesso e dal titolo di studio (voglio dire, mica lo leggono solo persone laureate o roba del genere!), io mi aspetto che una traduzione finalmente all’altezza dell’originale sia, almeno idealmente, per tutti. Poi è chiaro che ci sarà sempre chi non apprezzerà il libro, ma quella è una questione di gusti. Una traduzione come quella di Fatica, invece, tende a complicare e a rendere artificioso il testo, il che mi fa pensare che il suo scopo sia rivolgersi a chi STUDIA Tolkien, non a chi lo legge. Se il target di questa nuova traduzione non è il lettore comune ma lo studioso, la scelta è ovviamente legittima, però sarebbe stato più giusto renderla esplicita sin dall’inizio. Perché il lettore comune non è obbligato a fare il confronto con l’opera originale, tanto meno a leggerla! Se, sottolineo se, lo scopo di una traduzione è dare al lettore della lingua d’arrivo un’esperienza il più simile possibile a quella del lettore della lingua di partenza, allora non si può prescindere dall’efficacia del testo nella lingua d’arrivo. Il testo di Fatica non risulta molto efficace in italiano – e mi sembra di averne spiegato i motivi, argomentando. Se poi lo scopo di Fatica era solo quello di promuovere la diffusione e lo studio del testo originale, allora bisognava dirlo chiaramente. Non è stato fatto.

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      3. Hai ragione – siccome mi sono messa a commentare, ti devo un commento serio e ponderato. Forse era meglio non commentare per niente invece di scrivere un commento breve che suscita troppe domande. Quindi, cercherò al mio meglio di rimediare.
        Tu scrivi, giustamente: “Ho fatto del mio meglio per offrirvi un quadro chiaro e oggettivo della situazione, per quanto inevitabilmente influenzato dalla mia soggettività… perché, a conti fatti, non bisogna dimenticare che la lettura di un libro è sempre un’esperienza soggettiva. Quindi l’oggettività totale, in questo come in altri casi, è irraggiungibile”. A mio parere, l’analisi che hai fatto è più soggettiva, nonostante i tentativi di essere oggettiva. Perché la penso così?
        1) sì, i link. Capisco la comodità di mettere un link invece di 10 e o capisco ancora meglio, vedendo che il link postato porta lì dove sono raccolte quasi tutte le fonti. Ma il blog dei figli di Feanor è nato col lo scopo di criticare Fatica e la sua traduzione, usa un tono spesso polemico e ciò rende la loro fonte non così oggettiva. Se la gente passa agli articoli dell’AIST o di Giap tramite questo canale c’è un forte rischio di “contaminazione”, cioè di apprendere indirettamente la posizione dei Feanoriani verso le dette fonti e i suoi autori.
        2) Non ho problemi con le citazioni perché riportate correttamente. Ma non vedo neanche tutta questa ideologizzazione di Tolkien della quale Wu Ming 4 è regolarmente accusato. Con tutta sincerità – le citazioni riportate non lo confermano. Confermano solo che per gli studi Tolkieniani è iniziata una nuova era – e lo è. Nel tuo articolo scrivi: “Sorge quindi spontanea una domanda: davvero Tolkien era in mani fasciste?” Te lo posso rispondere così, senza andare in merito del perché e come è successo: ho degli amici di sinistra che ancora nel 2020 sostengono che Tolkien è uno scrittore di destra che piace ai fascisti italiani. Non hanno mai letto i suoi libri e quindi parlano solo per sentito dire. Questo vuol dire che questo stereotipo di Tolkien – sbagliato, non meritato, stupido – esiste ancora nella percezione dello scrittore. Io lo trovo davvero infelice e sono contenta che almeno qualcuno alla sinistra dello spettro politico italiano sta cercando di rompere per sempre questa percezione errata di Tolkien. E l’AIST, un’associazione che da anni organizza convegni universitari con gli ospiti internazionali, traduce e pubblica saggi sugli studi tolkieniani, ne ha contribuito molto. E il contribuito di Wu Ming 4 in tutto ciò è notevole. Ma vedere in questo una missione ideologica? No. Più che altro, è anti-ideologico, una vera e propria de-ideologizzazione delle opere tolkieniane – farli tornare lì dove appartengono, cioè non nel campo politico-ideologico, ma nel campo letterario.
        3) Dell’infelice storia di un incontro censurato riportato da Gabriele Marconi posso dire le stesse cose che ho detto due anni fa (e che nessuno finora né ha contestato né spiegato): la decisione di cancellare l’incontro è stata fatta dal circolo ARCI sulla segnalazione di Wu Ming 4, ma non da Wu Ming 4 in persona. La sua segnalazione è di carattere politico? Sì. È stato spinto dalla sua posizione politica personale, non ha agito come socio dell’AIST. Ma la decisione finale, ripeto, non è stata sua. E dell’ARCI. E come due anni fa mi chiedo: perché l’ARCI non si è informata sulla posizione politica dei relatori PRIMA di dare lo spazio all’incontro? Se per loro è di così vasta importanza da cancellare un evento – direi che lo dovevano fare e lo devono fare con tutti. Da parte dell’ARCI la situazione è stata gestita male, anzi – malissimo. Vorrei anche aggiungere che l’evento così censurato (e spero sia ormai chiaro che non approvo tale censura, ma tengo responsabile non Wu Ming 4, ma il circolo ARCI perché sono stati loro a prendere la decisione finale) è stato fatto una settimana più tardi, in un altro luogo e, dai commenti visti in giro, ha riscosso un certo successo. Sicuramente, l’affluenza non era quella prevista per la data iniziale (alcune persone si lamentavano del cambio proprio perché non riuscivano a venire, mentre la data prevista inizialmente era più comoda). Ma alla fine il danno creato dalla cancellazione dell’incontro presso il circolo ARCI è stato – almeno in parte – rimediato. E questo, direi, è anche importante per il quadro generale. E in ogni caso, non capisco perché tirare fuori questa storia per parlare della nuova traduzione de “Il Signore degli anelli” di Ottavio Fatica, se i due eventi non sono minimamente collegati tra loro.
        4) Per quanto riguarda la presentazione della nuova traduzione “finalmente all’altezza dell’originale”, posso dire questo, nel mio piccolo. Una traduzione ideale non esiste e non è possibile. Al convegno di Trento hanno parlato diversi traduttori di varie opere e in varie lingue e una cosa emerge chiara – tradurre Tolkien non è affatto facile e persino nelle lingue affini (cioè germaniche) sorgono dei problemi notevoli. E un traduttore è sempre costretto scegliere una soluzione tra molte possibili, ben consapevole che non rende perfettamente tutti gli aspetti di ciò che sta traducendo. Personalmente, considero la traduzione di Fatica – nonostante gli errori, le sviste e le scelte che non piacciono a molti (alcune – neanche a me) – è la traduzione più fedele che io abbia letto finora. Quindi per me la promessa di restituire il vero Tolkien regge abbastanza bene. È stata una sfida molto ambiziosa, ma Fatica, a mio modestissimo parere, è stato all’altezza.
        5) “Una traduzione come quella di Fatica, invece, tende a complicare e a rendere artificioso il testo, il che mi fa pensare che il suo scopo sia rivolgersi a chi STUDIA Tolkien, non a chi lo legge.” – non sono d’accordo. Mia figlia che ha 13 anni ha volentieri letto e riletto di propria volontà la nuova traduzione e l’ha trovata più scorrevole della precedente, senza porsi dei problemi delle parole insolite, arcaismi e regionalismi. E la vecchia traduzione la conosce meglio di me, la adora e di certo non sentiva la necessità di una nuova traduzione. Ma questa nuova comunque le è piaciuta. Sicuramente non è ancora in grado di apprezzare delle sottigliezze, ma il fatto che non si è mai rivolta al dizionario dimostra chiaramente – non c’è bisogno di farlo per poter godere e apprezzare il testo in questa versione. Lo facciamo noi, adulti e appassionati, con un occhio parziale, con una conoscenza approfondita delle opere tolkieniane – è da qui nasce la voglia di prendere una lente di ingrandimento, tirare fuori dei dizionari ed enciclopedie e analizzare ogni frase. Un lettore comune non lo farà e potrà godere l’opera nella sua interezza lo stesso. Come l’ha goduto una ragazzina tredicenne, appassionata di lettura. Se invece uno legge tutte e due le traduzioni (la prima è sparita dagli scaffali delle librerie, ma è rimasta nelle biblioteche pubbliche e personali) può rendersi conto che il testo di Tolkien è complesso, è pluristratificato, offre più interpretazioni e non si limita a un semplice “romanzo fantasy epico” come ancora lo percepiscono molti.
        Spero di riuscire a risponderti e spero di essere stata chiara.

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    2. Mi rammarica che tu mi dica che non sono corretta, solo perché a tuo avviso non ho citato abbastanza fonti. Io ho fatto quello che potevo per ricostruire i fatti riguardanti la diatriba ideologica, perché mi sembrava giusto informare chi mi legge di cos’è successo, o almeno provarci. Al di là di questo, però, la cosa fondamentale era l’analisi della nuova traduzione da un punto di vista linguistico. E su quello vedo che non hai speso nemmeno una parola. Certo non eri obbligata a farlo, ma mi sorprende che un’insegnante di inglese non dica nulla su alcuni dubbi che ho sollevato alla voce “Il problema dei toni”. Le altre volte hai sempre fatto osservazioni linguistiche interessanti, al di là di qualsiasi disaccordo con me.

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      1. Sinceramente, per rispondere alle tue osservazioni linguistiche mi ci vuole il tempo e il PC libero che questi giorni non ho avuto. Tornerei volentieri e commenterei. Ma serve? Non mi sembra che i miei commenti interessino qualcuno.

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  5. Cara L, grazie per il tuo lavoro e per averci citati in modo così lusinghiero! Hai colto lo spirito del nostro blog: essere una raccolta di link e dati, di commenti testuali altrui e nostri, a disposizione di tutti. Abbiamo fra le mani una tale quantità di link che sicuramente ci è sfuggito qualcosa. Infatti continuiamo a correggere e aggiungere, e inseriremo nelle “Premesse errate” l’articolo dei Wu Ming che hai segnalato. La nostra sezione Commenti è sempre aperta per uno scambio di opinioni. Purtroppo il sarcasmo Noldor spesso sfugge al controllo, ma nasce dal nostro autentico dolore per questa situazione. Dai nostri primi articoli abbiamo fatto e continuiamo a fare uno sforzo per essere sempre più professionali e sempre meno Noldor.

    In proposito, concordiamo su Alliata. Per quanto le dobbiamo moltissimo e ne amiamo l’energia, alcuni interventi poco diplomatici hanno forse fatto più male che bene.

    Condividiamo completamente il tuo articolo. Abbiamo appena postato il resoconto dell’intervento di Fatica sul Convegno di Trento, e abbiamo notato una cosa: forse per la prima volta, viene data un’interpretazione ideologica e univoca del TESTO del SdA. Non si tratta più solo di ribadire le origini ideologiche di tutta la faccenda. Adesso si è passati a imporre una lettura dell’opinione di Gandalf su Gollum (Pietà e Misericordia) che esclude tutte le altre, anziché presentarsi come un’interpretazione personale e valida quanto ogni altra.

    Ti segnaliamo che nel volume unico revisionato Fatica ha corretto diverse cose, fra cui il rimprovero di Elrond a Boromir. Adesso dobbiamo inserire anche il volume unico nei nostri confronti testuali… meno male che siamo in sette! 😀

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    1. Ciao, scusate se non ho risposto subito, ma mi sono sentita in dovere di scrivere una sorta di postilla (l’articolo dopo di questo), per chiarire ulteriormente la mia posizione. Ora spero davvero di non essere più fraintesa.
      Apprezzo il lavoro che fate e sono contenta di aver inquadrato il vostro modus operandi. Non mi trovo sempre d’accordo con voi, ma non credo che sia quello l’importante. L’importante è confrontarsi e accettare il dialogo. Da parte vostra ho visto un atteggiamento positivo in questo senso, nonché lo sforzo crescente di “essere sempre più professionali e meno Noldor” 🙂 Poi talvolta alcune reazioni di pancia sono inevitabili, almeno secondo me. Fondamentale è mantenere sempre vivo lo spirito critico, sia che si scrivano articoli, sia che li si legga. Se c’è qualcosa che tutta questa storia mi ha insegnato, è proprio che non bisogna credere sulla parola se non ci sono fonti e non viene fatto un minimo di approfondimento. Voi le fonti le riportate, al di là di quelli che sono i vostri commenti e giudizi.
      Parlando d’altro, cos’è questa storia dell’interpretazione ideologica del discorso di Gandalf? Non ero presente durante il convegno di Trento, quindi non ne so nulla…

      P.S. Lieta che la frase di Elrond sia stata cambiata nel volume unico^^

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